I DISABILI E LE LORO FAMIGLIE HANNO BISOGNO DI NOI.

Le famiglie con disabili sanno quanto sia importante il sostegno delle istituzioni nel percorso scolastico dei loro cari, purtroppo le famiglie Bresciane si sono svegliate con una brutta sorpresa del presidente della regione Lombardia Roberto Maroni :IL TAGLIO DEI SERVIZI DI INTEGRAZIONE SCOLASTICA DEI DISABILI IN LOMBARDIA. COME È STATO POSSIBILE.?
La Regione Lombardia ha assunto la competenza dei servizi di integrazione scolastica dei disabili nelle scuole superiori e di inserimento scolastico dei disabili sensoriali,già in capo alle Province; ha poi approvato  le linee di indirizzo del servizio che  comportano una drastica e immotivata riduzione dei servizi di trasporto assistenza all’autonomia e di supporto agli alunni e studenti disabili sensoriali. Tutto questo mentre spendono 60 MILIONI DI EURO DEI CITTADINI PER FINANZIARE UN INUTILE REFERENDUM VOLUTO SOLO DA ROBERTO MARONI.
NON È ACCETTABILE!! PER QUESTO CHIEDIAMO IL RITIRO DELLA DELIBERA REGIONALE E LA APPROVAZIONE DI NUOVE LINEE DI INDIRIZZO CHE SALVAGUARDINO IL LIVELLO DELLE PRESTAZIONI EROGATE DALLE PROVINCE.
FIRMA E SOSTIENI CON NOI I DISABILI DI BRESCIA E LE LORO FAMIGLIE.

Quanto ci mancherà Giovanni Bianchi, cattolico e popolare

Giovanni Bianchi ci mancherà molto. Mancherà ai molti che hanno avuto in lui un maestro e un amico, un modello per l’impegno civile e politico, una guida negli anni difficili e burrascosi del passaggio dalla prima alla seconda repubblica, un riferimento nel discernimento spirituale e culturale di rara ampiezza di orizzonti. Una personalità eccezionale di uomo di azione e di pensiero, di politico e di filosofo, di difensore dei più deboli e di poeta. Una persona profondamente radicata nel suo popolo e in virtù di ciò capace di acuta ed intensa elaborazione politica e culturale. Caratteristiche che hanno costituito i suoi tratti peculiari anche da presidente nazionale delle Acli dal 1987 al 1994, da presidente del Partito Popolare, da co-fondatore dell’Ulivo, da parlamentare.

La fede è stata la sorgente di quella sua tensione civile e culturale che è stata così feconda. Una fede testimoniata nella quotidianità, vissuta a servizio della comunità ecclesiale e di quella civile e attraversata da una tensione escatologica che apre nuovi orizzonti anche nel qui ed ora, nel cammino della storia. Una fede apocalittica, maturata insieme al compianto Pino Trotta, sulle colonne della rivista Bailamme, che è non annuncio di catastrofi, bensì l’esatto opposto disvelamento del Giudizio di Dio sulla storia, pronunciato nella vicenda terrena di Gesù di Nazareth, assunzione di responsabilità per agire nella storia secondo tale giudizio.

In questa prospettiva per Giovanni Bianchi la politica non poteva che esser intesa, parafrasando Hegel, come ciò che nasce da quel che politico non è, e gli dà forma. E quale osservatorio migliore delle istanze popolari, intese come incubatrice di quanto potrà costituire la futura agenda della politica, che un’associazione come le Acli? I corpi intermedi non come appendice della burocrazia, non come limbo del parastato, non come succursale di qualche partito o corrente, non come recinti autoreferenziali, ma pezzi di popolo, protagonisti nella ricerca del bene comune. Non si può attribuire certo al caso il fatto che le Acli, dopo anni travagliati e nei quali tutte le organizzazioni che facevano riferimento ai lavoratori risentirono della crisi e del declino della classe operaia, proprio negli anni della presidenza di Bianchi ritrovarono un protagonismo sociale e politico, che produsse frutti importanti sia con l’iniziativa referendaria che con il rilancio del popolarismo sul piano culturale e politico e la successiva nascita dell’Ulivo di cui Giovanni è stato uno dei più importanti artefici.

Il pensiero di Bianchi appare di un’attualità impressionante. Nelle sue opere vi è un’analisi approfondita della genesi degli attuali populismi che egli non poteva per niente concepire come “antipolitica”. Vi sono i possibili rimedi alla crisi della rappresentanza, sociale e politica. Alla cui base vi è una insormontabile istanza di autonomia culturale e di conseguente elaborazione progettuale. Recuperare una tale visione è salutare per la politica. Ma lo è ancor di più per il cattolicesimo democratico, di cui Bianchi è stato uno dei massimi esponenti contemporanei. Il senso di appartenenza al popolo appare vitale per associazioni e movimenti che si ispirano alla Dottrina sociale della Chiesa: da qui sgorga quell’autonomia di giudizio e quell’originalità così preziosa per il Paese in un contesto culturale e mediatico appiattito in larga parte sul “pensiero unico” e su categorie di pensiero ostili agli interessi popolari e alla giustizia sociale.

Negli anni della mia presidenza delle Acli mi è stato molto vicino, con la sua proverbiale discrezione mi ha aiutato a capire, mi ha stimolato a contestualizzare le vicende della società e del Paese nell’attuale complesso ed inedito contesto internazionale. Anche di questo gli sono profondamente grato.

I tanti “mondi di mezzo” che hanno fatto la storia. Del cinema e non solo

E’ notizia di pochi giorni fa: il processo passato agli onori delle cronache come ‘Mafia Capitale’ si è concluso con dure condanne per gli imputati, ma senza l’aggravio dell’associazione di stampo mafioso. Per molti dei protagonisti è dunque l’ora dell’oblio, poiché le luci sfumeranno, e le gesta di costoro verranno ricordate come quelle di comuni criminali. Non è la prima volta che l’ombra cala su opache figure del malaffare appartenenti al mondo della destra che hanno goduto, loro nonostante, di momenti di notorietà televisiva.

In Italia ha conosciuto il suo momento di celebrità il cosiddetto ‘movimento dei forconi’. Un fenomeno comparso simultaneamente in diverse Regioni, composto da gruppi autorganizzati di cittadini radunatisi sotto il segno della protesta. Le battaglie cavalcate spaziavano dalla lotta alla disoccupazione alla critica verso il sistema creditizio delle banche, sino ai licenziamenti di aziende locali passando per la protesta no tav. Il tutto condito da dichiarazioni politiche di indirizzo rilasciate dai capi autonominati di ciascun gruppo. Uscire dall’Euro, fare guerra alla banche, accenni di nostalgia del ventennio e qualche residuo di antisemitismo: questo il composito nocciolo teorico dello squinternato progetto politico sul quale si basava questa rete di protesta. Ho assistito di persona a una delle adunanze di questo movimento nel profondo nord: mentre volenterosi locali distribuivano volantini che spronavano ad aderire alla protesta, dietro ai fuochi accesi per strada si potevano scorgere le defilate ombre nere di attempati agitatori di popolo, poco propensi a bussare ai finestrini e infastiditi da chi girava con la reflex per immortalare l’evento. Molti di essi da tempo conosciuti alla forze dell’ordine come appartenenti ad organizzazioni di estrema destra, altri veri e propri fossili dello squadrismo veneto che già era anziano ai miei tempi universitari padovani. Le cronache riportano che dietro alle gemelle forche siciliane, coperti dalla medesima ombra, si muovevano vecchi arnesi ben conosciuti nell’isola: picciotti e soldataglia occasionale delle mafie, caporali del malcontento post crisi da incanalare in serbatoi di populismo, spesso agli ordini di qualche vetusto ‘mammasantissima’. Clemente Pistili dice: sin dalla sua nascita il movimento dei Forconi ha però suscitato l’interesse di Cosa Nostra, la stessa organizzazione che controlla parte del trasporto su gomma in Italia, a volte alleata in tale settore con i Casalesi, unica a decidere chi far passare e chi no, quali merci far arrivare a destinazione e quali far marcire sui piazzali. Al centro, a sfruttare la ghiotta occasione, è invece quell’estrema destra che fa del populismo una bandiera. Vicino ad agricoltori e camionisti sono stati così fotografati dagli investigatori esponenti di Forza Nuova, di Casapound e dell’MsI. A Modena conobbe una notorietà posticcia una ragazza che, intervistata dai quotidiani locali, auspicava un ritorno al fascismo come margine alla deriva scomposta dei giorni nostri.

Alcuni dei capi di queste adunanze sono andati incontro ad una morte mediatica precoce, dopo un breve transito sotto la luce dei riflettori in procinto di compiere il grande passo della auto consacrazione a leader maximi di questi movimenti. Tentativi naufragati, spesso in tv, perché i novelli Massimo Decimo Meridio si sono ritrovati soli rispetto a quei cittadini che non gli hanno perdonato il momento di celebrità, e perché accusati dalle controparti di essere portatori di idee qualunquiste e, come detto, tutto sommato banali e razziste. Inoltre, disconosciuti dalla loro stessa base, che li ha tacciati di voler aspirare a quella ‘casta’ tanto deprecata. Nulla si è saputo invece degli uomini ombra che mai hanno rilasciato un intervista ad un qualche quotidiano, e nemmeno si sono prodotti in comparsate televisive. Sono tornati nella dimensione di ‘conosciuti da tempo alle forze dell’ordine’. Questa è la frase che introduce ad una dimensione clinica e sociale del fenomeno dei forconi, e di parte della vita politica dello stivale.

Sono conosciuti i capi delle curve facinorose degli stadi, era conosciuto Jenny ‘la carogna’. Così’ come lo era Massimo Carminati, gran giostraio di Mafia Capitale, ‘fascista degli anni 70 e contento di esserlo’. Essere conosciuti, frase che tradisce un senso di intimità inviolata, testimonianza dell’aver avuto contatti, scambi, aver vissuto protetti da una connivenza che ha tutelato costoro dal cadere nelle maglie della legge, se non per poco tempo. Essere conosciuti dice di quel segreto ipocrita che solo chi sta a cavallo tra la legge e la non legge conosce e custodisce.

Lo Stato, qualsiasi Stato che si sia consolidato su basi democratiche, ha sempre ‘trattato’ con i mondi fuorilegge. L’Italia non fa eccezione a questa regola di edificazione e mantenimento di uno status quo democraticamente regolato. Dallo sbarco alleato in Sicilia, passando per gli anni di piombo e della morte di Moro attraversando i canali sotterranei del patto Stato Mafia, sino ai legami strutturati con il mondo delle curve e con la ‘terra di mezzo’ della cronaca recente. Questi piccoli universi sociali, paralleli al mondi che conosciamo quanto l’antimateria lo è per la materia, obbediscono a leggi diverse dalla ‘Lex’ democratica, si sostengono su codici ed usanze quasi sempre non scritte, ma non per questo di minor efficacia simbolica. Ma la Legge, quella emanata da un’assemblea democraticamente eletta per mantenersi tale, non può permettere che questi satelliti si stacchino e vivano una vita completamente autonoma. Deve pertanto permettere loro di esistere, garantendo un patto di non intromissione. Un patto grazie al quale le leggi che si lambiscono e si incrociano nelle zone carsiche fondendosi e contaminandosi, si dividono di nuovo una volta in superficie.

Questo doppio legame non è certo una cosa nuova. L’uso della doppia legge ha accompagnato gli albori della democrazia italiana.
Nell’Italia che stava lentamente prendendo le misure con la legge non più emanata dal dittatore ma discussa da uno Stato che cercava di darsi un corpus democratico di regole concertate, il salame incartato con lo spago accompagnava, negli uffici del catasto, la pratica consegnata di sottecchi all’impiegato. Parallelemante alla lenta rivisitazione del codice Rocco, non a caso duro a morire, una parte del ceto politico già iniziava quel pervertimento della legge che porterà poi alla stagione delle trame occulte e delle stragi di stato, in nome di un’obbedienza ad uno scopo, il contrasto al comunismo, in funzione del quale la lex italiana diveniva una sorta di codice di seconda mano, un regolamento formale al quale giurare una fedeltà di ottone, giacchè la vera parola era data al Patto Atlantico. Una legge parallela e mai dichiarata si dispiegava a fianco del codice penale, costituendo un contraltare che ne garantiva l’esistenza. Il copione che ha contraddistinto questa sorta di doppio binario percorso dalla politica, è rimasto nel tempo immutato. Dai clangori delle stragi di Stato sino ai più prosaici movimenti dei forconi in piazza, si è percorsa una strada che ha portato gruppi eversivi (che da sempre hanno costituito il serbatoio delle truppe obbedienti), a mantenere una presa sociale su alcune zone dell’Italia, tenendo viva la sua organizzazione in attesa di un qualche sbocco sovversivo al quale potersi aggregare. In attesa, cioè, di una ‘chiamata alle armi’. Una sorta di Golem di argilla, pronto ad essere richiamato in servizio alla bisogna, per poi tornare dormiente. Questa la vera natura dei soldati fedeli che stanno dietro le quinte delle adunanze forcaiole oggi, delle stragi di stato nel tempo che fu.

‘Certo che sono stato io! Cosa credi!’ sbotta spazientito Jack Nicholson, il colonnello Jessep, provato dalla fatica di dover sostenere l’interrogatorio al processo per l’omicidio di un soldato, da lui ordinato secondo il ‘codice d’onore’, legge interna al sistema militare che permette qualsiasi nefandezza verso i sottoposti in nome del mantenimento dell’ordine interno. Anche l’uccisione. Un codice militare antico, strutturale, di natura opposta alle leggi democratiche che regolano la quotidianità americana, dai militari difesa e salvaguardata. Quando spiega al novello avvocato Tom Cruise che cerca di incastrarlo applicando il codice penale, il comandate svela la sua natura di cinico, guardiano dell’ordine parallelo, custode di regole che quell’avvocato non vedrà mai.

Ordinò lei il codice rosso?’ chiede l’avvocato Tom Cruise
‘Io voglio la verità!’ .
‘Tu non puoi reggere la verità!’ grida Nicholson
‘Viviamo in un mondo pieno di muri, e quei muri devono essere sorvegliati col fucile. E chi lo fa questo lavoro. Tu? Io ho responsabilità più grandi di quello che voi possiate mai intuire! (….) Vi permettete il lusso di non sapere quel che so io. Cioè che la morte di Santiago probabilmente ha salvato delle vite. E che la mia stessa esistenza, benché grottesca ed incomprensibile ai vostri occhi, salva delle vite. Noi usiamo parole come codice, onore, fedeltà. Usiamo queste parole come spina dorsale di una vita spesa per difendere qualcosa. (…) Io non ho la voglia, né il tempo, di venire qua a spiegare me stesso ad un uomo che passa la sua vita a dormire sotto la coperta di quella libertà che io gli fornisco, e poi contesta il modo in cui gliela fornisco!

Il colonnello, splendido e muscolare esempio di soggetto cinico, ben consapevole della necessità di manterere il silenzio sull’operato delle leggi perverse, strappato lui nonostante all’ombra sotto al quale opera, da un giovane convinto che lo svelamento di quel mondo possa finalmente fare luce e dare ‘giustizia e verità’.

Parole simili a quelle usate da Tommaso Buscetta, storico pentito di mafia, interrogato da una pletora di magistrati a caccia di verità in merito alla trattativa Stato-MAFIA che oggi, piano piano, sta faticosamente uscendo alla alla luce. Don Masino era solito affermare ‘ Lo Stato Italiano non è pronto a conoscere queste verità che non reggerebbe’. Apparati dello Stato, servizi segreti deviati e parte dell’apparato politico, patteggiavano con esponenti di un Anti Stato per mantenere una sorta di pace armata, un accordo che permettesse ad entrambi di convivere nei propri spazi, ridefinendo le proprie zone di influenza, recitando ciascuno il proprio ruolo. Al prezzo di morti, omicidi ordinati da insospettabili uomini dello Stato. Connivenze. Cosa era il ‘papellu’ fatto avere dai Corleonesi allo Stato dopo la morte di Falcone, se non la testimonianza scritta di questo legame, il contratto vergato a mano, con tanto di richieste, che ufficializzava questo rapporto non scritto?

Il film ‘Romanzo di una strage’ non è che mi abbia entusiasmato. L’ho trovato sommario, superficiale, quel tanto patinato da avvicinarsi al buonismo. Nell’ignoranza quotidiana e nella falsificazione sistematica della storia, almeno un discreto documentario per i giovani e meno giovani. Nessun vero colpevole, un unico sicuro innocente (Pinelli), gangli dello stato furbescamente descritti come un po’ tonti.
Ma una cosa resta, ben detta: la differenza netta tra Freda e Ventura (esagitati fascistelli, bramosi di sangue, a viso scoperto sempre, anche quando vanno ad acquistare i timer per la bomba) e gli apparati deviati dello stato. Gli agenti che agiscono nell’ombra, uno dei quali sa dire ‘io sono un animale che non lascia traccia’ a un Ventura che si sente braccato. Ecco, questa è la vera perversione umbratile della manovalanza di destra. Un agire nell’ombra che odia i riflettori. Una certezza di esserci nel tempo, al di là del clamore, supinamente devoto alla causa malvagia, da perseguire con ogni mezzo, senza scrupolo, senza pietà. Senza umanità.

Da un altro film (‘I 3 giorni del condor’), questo sì magistrale e inarrivabile, il dialogo tra il giornalista sfrontato e gli uomini della ‘provvidenza’ che agiscono nell’ombra:

Higgins: Il problema è economico. Oggi è il petrolio, tra dieci o quindici anni il cibo, plutonio, e forse anche prima. Che cosa pensi che la popolazione pretenderà da noi allora?

Joe: Chiediglielo
Higgins: Non adesso, allora! Devi chiederglielo quando la roba manca, quando d’inverno si gela e il petrolio è finito, chiediglielo quando le macchine si fermano, quando milioni di persone che hanno avuto sempre tutto cominciano ad avere fame. E vuoi sapere di più? La gente se ne frega che noi glielo chiediamo, vuole solo che noi provvediamo.

Insegnanti di matematica, perché non tornano i conti

Sulle pagine dei giornali di questi giorni si trovano molte notizie che riguardano gli insegnanti :

  • Matematica senza prof, quattromila cattedre vuote “È crisi delle vocazioni”(la Repubblica)
  • Assunzione sprint per 52mila nuovi prof (Il Sole 24 ore)
  • Supplenti, 700 mila domande e sito in tilt (Il Messaggero)
  • Nuovo contratto, il piatto piange per ora solo 25 euro netti al mese (Italia Oggi)

Solo alcune notizie queste, che potrebbero sembrare anche contradditorie tra di loro, ma che sono invece i segnali chiari e coerenti che qualcosa non va nel settore dell’istruzione.

Il mestiere dell’insegnante ha perso totalmente di attrattiva e rilevarlo è un recente rapporto Pisa in Focus dell’Ocse. I numeri sono sconsolanti: solo il 5 per cento degli studenti vorrebbe fare il prof, ma se questa è la media Ocse, l’Italia sta quasi in fondo alla classifica: da noi solo un quindicenne su 100 subisce il fascino della divisa da prof (1,1 per cento) e sono quasi solo donne (nei maschi la percentuale scende allo 0,3 per cento: cioè solo 3 ragazzi su mille vorrebbero insegnare da grandi). Se l’attrattiva in Italia è così bassa è  sicuramente a causa del fatto che gli insegnanti sono pagati troppo poco rispetto ad altre professioni  ma non c’è solo questo. Se da una parte le ore dedicate all’insegnamento sono rimaste uguali, dall’altra si è avuto il moltiplicarsi dei compiti amministrativi, dei corsi di formazione interna continua, spesso di bassa qualità e inutili, delle attività con i genitori e con gli altri docenti. Tutte le riforme scolastiche avviate hanno solo  oberato di lavoro gli insegnanti della scuola pubblica. La burocratizzazione della professione ha ridotto il tempo che i docenti possono dedicare a ciò che piace loro: l’insegnamento.

Contemporaneamente le condizioni per accedere alla professione sono diventate più dure e più incerte nelle modalità e nei tempi. In giro di pochi anni prima c’erano le SISS (scuole di specializzazione universitarie), poi i TFA (corsi per le abilitazioni) unitamente alle  graduatorie ad esaurimento (GAE), ancora stracolme di insegnanti abilitati bloccati. Ora la nuova riforma prevede concorsi e tirocini a scuola: nuove modalità ancora non avviate che creano incertezza e diffidenza. Ma allora, ci si potrebbe chiedere, come mai la carica dei 700 mila per fare supplenze? Questo dato è ancora più preoccupante; oltre a quei precari che sono anni che insegnano e che quindi hanno aggiornato con titoli e servizi la loro professione, quest’anno, più che in altri periodi, si sono inseriti nelle graduatorie per insegnare come supplenti persone che non avrebbero mai pensato di fare questa professione, ma che per mancanza di un lavoro anche a seguito di licenziamento hanno visto una opportunità; alcuni non hanno formazione, neppure conoscenza delle elementari regole della professione… ma ci provano! D’altronde, come criticarli se le occasioni di lavoro che vorrebbero e sulle quali magari hanno competenze specifiche non ci sono e non si creano?

In questo quadro i laureati in matematica e in materie scientifiche, che sono numericamente di meno di quelli delle facoltà umanistiche, hanno sicuramente maggiori possibilità lavorative generali; alcuni dati comunicano che tra i laureati del settore, matematica inclusa, si registra un tasso di occupazione del 77,5% a 12 mesi dalla fine degli studi. I neodottori nella disciplina sono ricercati anche in ambiti che hanno a poco che spartire con i vecchi stereotipi: banche, assicurazioni, società di consulenza. La formazione scientifica è ricercatissima nel ramo finanziario, non tanto in Italia ma sicuramente all’estero con prospettive di stipendi che un insegnante neppure si sogna. Infatti la denuncia di mancanza di insegnanti di matematica non è in tutte le regioni, è inversamente proporzionale alla possibilità di trovare altro lavoro più gratificante e remunerato; e quindi mancano al nord e ce ne sono tantissimi al sud incastrati nelle famigerate GAE.

E’ un sistema sicuramente da rivedere complessivamente ma c’è ora una seria occasione per dare un concreto cambio di rotta dopo anni di denigrazioni e delegittimazione del ruolo e della professione docente, quella di fare un contratto che riporti in primo piano un’idea di scuola inclusiva e democratica, che restituisca valore e dignità a una professione fondamentale per lo sviluppo del Paese con l’impegno e con la consapevolezza di tutti che il migliore investimento che possiamo fare è quello in Conoscenza. Se si comincerà a far questo forse scegliere di fare l’insegnante tornerà a essere un privilegio come lo fu per me che da giovane laureata in Matematica rinunciai ad un posto in IBM per fare l’insegnante, scelta che nonostante tutto reputo una tra le migliori che io abbia fatto.