Tutti in classe. Idee per il futuro degli studenti oltre la “riformite”

Riaprono le scuole e, come ogni anno, riparte il dibattito sulla bontà o meno delle riforme che hanno interessato questo mondo ormai sfiancato dalla “riformite” dei governi succedutisi negli ultimi vent’anni. Tralasciando alcune proposte della ministra Fedeli, come ad esempio quella di ridurre il ciclo delle scuole medie a soli due anni, l’ultima polemica in ordine di tempo riguarda il numero chiuso, in seguito ad una storica sentenza del TAR del Lazio che ha bocciato il medesimo per quanto concerne le facoltà umanistiche della Statale di Milano (la quale peraltro ha rinunciato a far ricorso al Consiglio di Stato), costituendo un precedente molto importante.
Ebbene, lo dico sin da quando ero studente, il numero chiuso si discosta non poco dallo spirito della nostra Costituzione e, in particolare, dell’articolo 34, il quale prevede la libertà d’accesso all’istruzione.
Molti obiettano che, abolendolo, diventerebbe impossibile quel processo di selezione che pure è indispensabile se non si vuole correre il rischio di attribuire un prestigioso titolo di studio a persone che non lo meritano. Peccato che sia un falso problema, in quanto semmai il dramma degli atenei italiani è esattamente l’opposto e cioè che sempre meno studenti vi si iscrivono e sempre meno di essi giungono al conseguimento della laurea. Colpa dei costi esorbitanti e della mancanza di borse di studio adeguate, certo, ma anche tutti questi ostacoli ulteriori non costituiscono certo un incentivo a studiare, a impegnarsi e a mettercela tutta per tentare di riattivare quell’ascensore sociale che solo potrebbe consentire al nostro Paese di ripartire.
A tal proposito, i punti su cui è urgente intervenire sono due, oltre al sempre cruciale aspetto economico: l’orientamento scolastico e universitario e la revisione dei cicli.
Poiché la scuola costituisce un’architettura complessa e da valutare nel suo insieme, in quanto accompagna i nostri ragazzi dalla più tenera infanzia alla maggiore età e oltre, non si può pensare di intervenire su un singolo aspetto senza armonizzare gli altri.
Pertanto, tenendo fermi i cinque anni delle elementari, bisognerebbe innanzitutto rivedere il concetto di autonomia scolastica introdotto dalla riforma Berlinguer e poi riorganizzare i cicli. Tre anni di medie, infatti, espongono i ragazzi alla scelta del liceo all’età di tredici-quattordici anni, esponendoli al rischio di sbagliare indirizzo, favorendo così quella piaga che è l’abbandono scolastico. Non c’è dubbio che un anno in più di maturità, in quella fascia d’età, possa essere benefico, anche al fine di consentire una decisione più autonoma da parte degli alunni, riducendo l’inevitabile condizionamento ad opera delle famiglie. A questo primo effetto positivo, si sommerebbe l’eliminazione di quel biennio iniziale di fatto, oggettivamente pleonastico, che impedisce, ad esempio, di studiare la letteratura italiana fin dal primo anno, ottenendo un liceo più snello e sensato nel quale non sarebbe assurdo, a quel punto, a partire dal secondo anno, favorire una maggiore personalizzazione dei programmi. Fatto salvo il doveroso eclettismo (altro valore aggiunto della nostra scuola) e la necessità di garantire un certo numero di ore per materia uguale per tutti gli allievi di un determinato indirizzo, infatti, bisogna altresì prendere atto che non siamo tutti uguali, non abbiamo tutti le stesse inclinazioni e che questo è assolutamente un bene, visto il bisogno di pluralismo e di complessità che caratterizza e caratterizzerà sempre di più la nostra società.
L’orientamento dei ragazzi alle prese con la scelta della facoltà universitaria, poi, è ancora più importante della decisione relativa al corso liceale, in quanto quello è davvero il momento in cui si costruisce la vita di una persona ed è necessario guardarsi dentro.
A tal proposito, parlo per conoscenza diretta di persone che hanno sbagliato facoltà e perso anni importanti di formazione e di lavoro, non bastano assolutamente le sporadiche visite presso questo o quell’ateneo bensì è indispensabile un lungo percorso di comprensione di sé, delle proprie potenzialità, dei propri limiti e dei propri interessi, onde evitare che sorgano, sul percorso di una personalità in formazione, ostacoli poi difficilmente sormontabili.
Un anno uguale per tutti, un numero di ore standard per materia, anche a seconda dei vari indirizzi, e poi la possibilità di definire un percorso autonomo che agevoli i ragazzi nella comprensione di chi sono e di cosa vogliono diventare nella vita: per il nostro liceo sarebbe senz’altro un passo avanti.
Infine, un’università senza numero chiuso, più accogliente e vicina alle esigenze delle persone, in cui per tre sole facoltà (Medicina, Ingegneria e Architettura) sia previsto un congruo numero di esami propedeutici da dare entro il primo anno, senza i quali non sia possibile andare avanti, prevedendo tuttavia una piccola deroga di sei mesi in caso di gravi malattie o lutti personali e familiari.
A ciò si aggiunga l’eliminazione del fallimentare 3 più 2 introdotto sempre da Berlinguer, il ripristino del vecchio ordinamento, con annessa durata dei corsi, una riduzione drastica dei costi degli atenei e un forte investimento pubblico sotto forma di borse di studio e agevolazioni fiscali per le famiglie, seguendo la rotta indicata da Bernie Sanders.
Se vogliamo tornare a parlare alle giovani generazioni, umiliate dalla crisi e da un precariato divenuto ormai esistenziale, questo potrebbe essere un primo passo.

Contro la disuguaglianza: come e perché. Un Manifesto

Premessa e sintesi

La diseguaglianza è il problema fondamentale del nostro tempo. Le difficoltà politiche, il malessere sociale, il disagio economico hanno origine anche, e soprattutto, nella crescita senza precedenti delle diseguaglianze economiche che si collegano a quelle sociali e culturali. La tenuta delle nostre società è a rischio.

Un Manifesto è uno strumento assertivo e, in qualche modo, di parte, ma fondato su solidi argomenti, con cui si intende richiamare l’attenzione su un problema, del quale vengono sinteticamente illustrate le caratteristiche di fondo e per il quale si indicano schematicamente le soluzioni che, peraltro, non sempre sono immediatamente realizzabili. Ma, come è stato detto, il tempo può rendere politicamente inevitabile ciò che appare politicamente impossibile.

Con questo breve documento intendiamo ricordare che negli ultimi 30 anni si è prodotta una fondamentale discontinuità negli equilibri economici e politici dell’Occidente, fornire elementi di informazione sulle caratteristiche e le dimensioni dei fenomeni che ne sono derivati, dare brevemente conto della discussione accademica sia sulle loro cause profonde, sia sui rimedi per i quali occorrerà battersi per un tempo non breve. Solo una presa di coscienza adeguata può fornire gli strumenti per una reazione adeguata alla gravità della situazione.

La crescita della diseguaglianza si è manifestata praticamente in tutti i comparti dell’economia e in quasi tutti i paesi, anche se con differenze talvolta significative. Negli ultimi 30 anni si è verificato un enorme spostamento di reddito dai salari ai profitti e alle rendite (un tempo si sarebbe detto dal lavoro al capitale): intorno ai 15 punti di Pil; all’interno dei redditi di lavoro, lo spostamento è stato dalle classi medie, dagli operai e dagli impiegati verso i dirigenti, i manager e i professionisti; i rentiers hanno visto migliorare dovunque la loro posizione. Inoltre, la disoccupazione è diventata un problema sempre più difficile da gestire: le economie, anche per la debolezza degli investimenti, rischiano la stagnazione e hanno bisogno di stimoli artificiali basati sull’indebitamento per funzionare, ma questo crea problemi di stabilità finanziaria e accresce il rischio di crisi e recessioni che riversano i loro effetti negativi soprattutto sui lavoratori, sulle classi medie e sui giovani. Nella “coda” inferiore della distribuzione dei redditi la diseguaglianza si trasforma in povertà….

Questa situazione non si è prodotta per caso. Essa è il risultato del capovolgimento del compromesso “keynesiano” che è stato alla base del funzionamento delle economie capitalistiche nel secondo dopoguerra. Allora, memori dei disastri della crisi del ’29 e dei rischi rappresentati dalle idee socialiste e dalle rivoluzioni comuniste per la sopravvivenza dei sistemi liberali, i governi dell’occidente accettarono di creare un contesto di regole e normative idonee, tra l’altro, a far sì che i benefici della crescita venissero divisi equamente. Il sistema funzionò egregiamente per vari decenni, ma fu poi travolto dalle controrivoluzioni di Reagan e Thatcher che ripristinarono la convinzione liberista che il mercato lasciato a sé stesso avrebbe risolto ogni problema. L’effetto finale è stato quello di sostituire al principio democratico quello capitalistico: non più “una testa un voto” ma “un dollaro un voto”. Così sono stati modificati alcuni fondamentali equilibri economici politici e sociali con conseguenze che oggi sono ben visibili.

Alla base delle diseguaglianze odierne vi sono precise scelte politiche che hanno condotto, tra l’altro, a mutamenti radicali nella distribuzione del potere economico, tra sindacati ed imprese, all’interno delle imprese – mentre venivano indebolite le funzioni delle democrazie nazionali -, alla nascita di nuovi e molto potenti monopoli; alla maggiore facilità per i ricchi di non pagare le tasse; al più forte condizionamento dei governi da parte dell’accresciuto potere economico; all’esclusione di ampi settori della società dalla vita sociale. E anche a causa di tutto ciò la mobilità sociale è praticamente scomparsa: il destino dei figli dipende sempre più dalla condizioni dei loro genitori e per i figli dei ricchi è sistematicamente più roseo di quello dei figli della “gente normale”.

I tentativi di giustificare le diseguaglianze non sono convincenti: la loro crescita non sembra giustificata dallo sviluppo tecnologico; l’affermarsi di una classe di nuovi ricchi presunti titolari di capacità fuori dal comune, e perciò da remunerare profumatamente, riflette in realtà diffusi e non sempre ben visibili poteri di monopolio, che si inquadrano nella pericolosa tendenza verso un capitalismo oligarchico; l’idea, frequentemente proposta, che la diseguaglianza sia necessaria alla crescita economica, e perciò possa essere non solo giustificata ma perfino benefica, viene smentita dai fatti e dai molti studi (anche del Fondo Monetario Internazionale e dell’OCSE) che mostrano, invece, come le disuguaglianze possano frenare la crescita.

Il Manifesto elenca 28 interventi o politiche che potrebbero correggere la situazione attuale. L’elenco non è certamente completo, ma indica la strada da percorrere.

L’obiettivo di queste politiche non è quello di condurci verso una grigia società nella quale vige un ottuso egualitarismo economico. Piuttosto si tratta di aspirare a creare una società più dinamica, più mobile e più giusta che, come tale, può contemplare anche disuguaglianze economiche. Ma saranno, diversamente da gran parte di quelle che oggi dominano, disuguaglianze accettabili.

Alcune di quelle politiche potrebbero essere adottate subito, altre richiedono di superare molte difficoltà, con pazienza e determinazione. Alcune possono essere introdotte a livello nazionale, per altre sono necessarie soluzioni sovranazionali. E’ una strada lunga, conflittuale e difficile, ma il problema va affrontato per quello che è. E’ pericoloso ignorare il problema ed è inutile minimizzarlo, pensando che bastino pochi e semplici correttivi per risolverlo. Si tratta, in realtà, di modificare i meccanismi fondamentali di funzionamento delle nostre società e di mettere un freno agli interessi di ceti potenti e mai sazi.

“Qui la Chiesa scomparirà”: la lettera (profetica) di Dossetti sul Medio Oriente

Per la rivista Egeria sta per uscire un numero monografico su ‘Giuseppe Dossetti e il Medio Oriente’. Perché una riflessione collettiva su questo tema? Infatti, per molti Dossetti risulta noto per l’impegno resistenziale, quello costituzionale, per il lavoro giuridico e per quello nei primi anni della Democrazia Cristiana; diversi lo ricordano per l’impegno di resistenza costituzionale nel biennio ’94-’96, qualcuno lo ha presente come figura e/o simbolo fonte di discussioni in ambito politico ed ecclesiale. In un contesto ben più ristretto si è a conoscenza della sua passione – simile a quella dell’amico Giorgio La Pira – per le questioni mediterranee e in particolare per i nodi medio-orientali. Passione radicata nella scelta – all’inizio degli anni ’70 – di andare a vivere con la propria comunità prima a Gerico, in territorio palestinese sotto occupazione israeliana, poi negli anni successivi a Maìn (Giordania) e Ain Arik (Palestina). Proprio lì la capacità di lettura politica, combinata con un intenso lavorio interiore e con un ascolto attento di quelle terre e di quei popoli, ne hanno fatto un osservatore non distratto dei movimenti profondi di quel settore della nostra terra. In questi giorni in cui si assiste da mesi al dibattito sui profughi e in cui si sono da poco ascoltate le notizie dei recenti attentati di Barcellona e di Londra insieme con quelle drammatiche che provengono da molte zone medio orientali, può essere utile prestare attenzione ad alcune riflessioni che Dossetti ha proposto all’inizio degli anni ’90.

In una lettera comparsa anonima su Il Regno Attualità del 15 ottobre 1990 dal titolo Qui la Chiesa scomparirà, Dossetti – ormai da diversi anni in Medio Oriente, dopo l’esperienza della seconda guerra mondiale, nella politica italiana e come protagonista del Concilio Vaticano II – scrive alla vigilia della prima guerra del Golfo nell’autunno del 1990. Egli, a partire dalla vita concreta della sua comunità in Palestina, Israele, Giordania e nei paesi arabi avverte che si tratta di una “guerra di bugie” e sente la responsabilità di risvegliare l’attenzione sulla posta in gioco dal punto di vista politico, umano e religioso.

“È da rilevare – così incomincia la lettera – la grande ingiustizia rappresentata dal fatto che, di fronte a tante occupazioni e aggressioni indebite, solo questa volta il Consiglio di sicurezza dell’ONU abbia trovato concordi tanti paesi nell’applicare sanzioni di tale gravità da portare alla guerra”. Per Dossetti emerge chiaramente che l’unica ragione dell’attacco è in definitiva il petrolio che già da tempo è stato “rapinato a man bassa dagli occidentali, attraverso la complicità di alcuni principotti, che pur di avere assicurata a loro stessi […] una ricchezza da nababbi, lasciano rapinare la loro terra e il loro popolo”. L’intervento militare potrà entrare, per l’autore, nella coscienza di questi popoli – e di altri, in Asia ed Africa – e produrre tumultuose “reazioni che nessuno sarà più in grado di dominare”. Egli comprende che si sta giocando come degli apprendisti stregoni con forze che non si sapranno davvero dominare. Non solo. Tutto questo avverrà nel segno di “un sentimento generale di sdegno e ribellione” che verrà condiviso da tutti contro l’occidente e, soprattutto, contro l’America. A questa disamina Dossetti aggiunge un passaggio che, letto una ventina di anni dopo, appare impressionante per la sua capacità di lettura e pre-visione storica: “L’islamismo radicale aveva bisogno di questo e ne trarrà vantaggio. Anche se Saddam Hussein fosse eliminato, l’occidente si troverà di fronte un islamismo radicale più difficile da combattere e ideologicamente più inestirpabile, sia nei paesi musulmani che nell’Europa stessa”.

L’ormai vecchio politico abituato a pensare, come diversi della sua generazione, per sistemi, per connessioni storiche di lungo periodo, su quadri geografici dilatati, ed in maniera libera da condizionamenti di parte, è consapevole delle tensioni e delle passioni profonde capaci di animare gli uomini e i popoli. In forza di questa modalità sintetica di lettura degli eventi, traccia alcune delle possibili parabole e conseguenze delle azioni che stavano per essere intraprese, conseguenze che sono poi risultate confermate e aggravate negli anni successivi. Lo stesso senso simbolico dei gesti di guerra viene rievocato con precisione: “Il fatto che la prepotenza americana abbia costretto tutti i paesi, ormai vassalli, ad associarsi all’impresa, ha dato alla medesima un marchio di universalità che rievoca per tutto il mondo orientale la qualifica e il ricordo delle crociate, con tutto quello che ne segue: il ricordo degli eccidi e dell’intolleranza. Ma questo ricordo suscita anche nei musulmani la bellissima ed eccitante speranza che il trionfo degli occidentali sia effimero, come è stato effimero quello dei crociati”. E continua: “Costantinopoli, saccheggiata e bruciata nella quarta crociata del 1204, sarà come un’ombra sinistra costantemente evocata a tutta la Siria, all’Egitto stesso e poi a tutto il resto dell’Africa. Tutto questo riaccenderà l’intolleranza già presente contro i cristiani nell’alto Egitto”. In questo quadro, nella sua analisi, la situazione dei cristiani in queste zone risulterà aggravata e vi sarà il rischio – che oggi vediamo in pieno confermato – di molteplici persecuzioni e dell’estinzione della Chiesa araba in vasti territori del medio oriente. La lettera terminava con l’invito – disatteso – al governo Andreotti e ai governanti italiani a dissociarsi dall’impresa di partecipare alle operazioni di guerra in Iraq e Kuwait e constatava l’assenza di coscienze morali davvero vigili in posizioni di responsabilità. La storia successiva è nota e ha conosciuto un peggioramento progressivo della situazione. Basti pensare alla moltiplicazione indiscriminata e non controllabile di attentati in ogni parte del mondo, alla guerra in Afghanistan e alla successiva seconda disastrosa guerra in Iraq, del 2003, basata su motivazioni inconsistenti che, recentemente, alcuni degli stessi protagonisti o commissioni d’indagine – come quella inglese del rapporto Chilcot: The Iraq war inquiry – hanno riconosciuto come pretestuose e come cause di ulteriore destabilizzazione.

Dossetti ribadisce, un anno dopo la lettera a Il Regno, tale lettura della gravità del momento storico e della esiguità delle coscienze lucide in un’occasione apparentemente altra: la commemorazione del contributo del cardinale Giacomo Lercaro al Concilio Vaticano II. Qui, nella sezione finale in cui tratta del problema della pace in Concilio, fa un eloquente paragone tra la solitudine istituzionale di Papa Giovanni XXIII e quella propria degli appelli papali di Giovanni Paolo II in occasione delle recenti vicende mediorientali: “Quanto alla pastorale educativa sulla pace prescritta dal Concilio, per tutto il popolo di Dio – se si eccettua l’indefesso insegnamento del Papa al riguardo – non ha trovato un consenso e un effettiva assunzione di responsabilità proporzionate all’immensa importanza della cosa. Anzi in molti casi, nello spazio e nel tempo, ha incontrato pareri e atti discordanti, all’interno della stessa Chiesa” e sottolinea con decisione che: ”L’esempio più clamoroso è stato proprio quest’anno, quello della guerra del Golfo. Gli accoratissimi e reiterati appelli del Pontefice non hanno scosso l’opinione pubblica soprattutto dell’occidente, rimasta come affascinata da una propaganda ossessiva dei media in favore della guerra. […] Perciò in questi mesi dolorosissimi noi più vecchi ci siamo ricordati di quello che è stato l’isolamento istituzionale, vissuto all’interno della Chiesa, da Papa Giovanni XXIII [….]”. Il discorso si sviluppa con documentate e circostanziate considerazioni, evidenziando l’assenza di comprensione dell’enorme posta in gioco della (prima) guerra del Golfo sia da parte dei responsabili dei popoli sia da parte di diverse assemblee e responsabili ecclesiali.

Ripercorrere oggi le considerazioni di Dossetti è certo importante per la consapevolezza storica e per la comprensione di eventi le cui conseguenze destabilizzanti giungono ai nostri giorni: fino ai molti profughi in fuga dal medio oriente e dalle zone del centro Africa, alle questioni sollevate da un ingestibile islamismo radicale e a quelle legate ad una più che discutibile politica estera dell’occidente. Ne risulta un’importante lezione di comprensione storica delle vicende. Lezione fatta di: osservazione attenta e non superficiale dei fenomeni nella connessione tra locale e globale, lettura – libera da convenienze – degli eventi, considerazione acuta delle connessioni e delle forze – politiche, economiche, simboliche, religiose e umane – in gioco, valutazione non ingenua e non provinciale delle conseguenze delle azioni sui tempi lunghi, assunzione di responsabilità storica rispetto al proprio – non delegabile – compito dell’operare per la pace.

Germania, se anni di Grosse Koalition aprono strade nuove alla sinistra

I risultati delle elezioni federali in Germania sono noti. Solo qualche commento. Arretra pesantemente la Cdu (scendendo dal 41,5% al 33%): ma Angela Merkel è confermata die Kanzlerin, chiamata a formare il governo per la quarta volta, siccome la Cdu rimane primo partito. Si parla di una coalizione Giamaica: Cdu, Liberali, Verdi. Vedremo. Netta la flessione per l’Spd. Il più brutto risultato dal 1949, anno della nascita della Repubblica Federale Tedesca (passando dal 25,7% al 20,5%).

Martin Schulz, politico di qualità, persona di valore, ha lasciato la presidenza del Parlamento europeo, a favore di Antonio Tajani, in quota al Ppe, ottenendo dal suo partito un’investitura unanime, acquisendo, in tal modo, una posizione molto forte, ritrovandosi poi, in campagna elettorale, in una contraddizione insormontabile: criticare la Merkel mentre il partito di cui egli è a capo governa con lei. Leader del partito e, al contempo, candidato: anche in questo caso s’incrina un nesso che solo la sovranità popolare può dirimere. Ora, per l’Spd, l’opposizione è un’opzione obbligata, anche per non cedere lo scettro di principale partito d’opposizione all’estrema destra. Deve fermare la tendenza a farsi fagocitare nella Große Koalition. Aprire una riflessione vera. Cercare di ritessere il filo delle alleanze nella società.

I due partiti che hanno portato la responsabilità di governo vengono penalizzati complessivamente con un 13% in meno. Si è registrato un indubbio successo per Alternativa per la Germania (AfD; Alternative für Deutschland), la formazione xenofoba e euroscettica, che diventa il terzo partito. Per la prima volta, nella storia della Repubblica Federale, entra in Parlamento una forza che si colloca a destra della Cdu. La stessa Angela Merkel ha esplicitamente ammesso che la Cdu ha perso voti a favore di AfD. La quale è un oggetto non meglio identificato nel panorama politico tedesco: annovera teste rasate, ma anche un pezzo rilevante di inquietudini provenienti dai Länder orientali e da un ceto medio che esprime malessere e protesta per le insidie della globalizzazione in un Paese, come la Germania, che ne soffre meno di altri, ma che non ne è del tutto al riparo.

L’economia sociale di mercato richiede uno Stato sociale capace di affrontare nuove sfide. In evidenza le tipiche faglie del movimento tellurico tuttora in atto: questione sociale; visione sovranazionale di profilo europeo; società inclusiva. E’ su questi aspetti che la politica è chiamata a rispondere, a segnare le differenze tra la sinistra e la destra. Più protezione; Europa democratica, non eurocratica; tema della multiculturalità, da governare, evitando che diventi argomento pretestuoso della propaganda anti-immigrazione. Sapendo che la democrazia non è un’icona da incorniciare in una teca: deve reggere agli urti che possono metterla in discussione.

Bisognerà anche verificare la “tenuta” di AfD. Lo showdown di Frauke Petry all’indomani del voto rivela una lotta di potere e una divisione interna che non sappiamo dove porteranno. Ma prima di giudicare altri sistemi politici non dimentichiamo mai di guardare al nostro. L’area sovranista euroscettica che agita il tema immigrazione piuttosto che proporsi di governarlo è attualmente formata dalla Lega più Fratelli d’Italia e, in termini percentuali, sfiora il 20%. Dal voto tedesco sono emerse altre tre forze politiche che non vanno affatto sottovalutate, tutte e tre intorno al 10%. Alcune leggermente sotto quella misura come i Verdi (8,9%) e la Sinistra (9,2%). I Liberali sopra (10,7%). Le prime due favorite dalla difficoltà mostrata dalla Spd. I Verdi, in particolare, evidenziando una vitalità che caratterizza tutta l’area di lingua tedesca. Basta ricordare il caso dell’Austria, anche se in proporzioni e con dinamiche diverse, dove abbiamo assistito ad una battaglia, che ha visto infine prevalere, con ripetizione del ballottaggio, il Verde Alexander van der Bellen contro l’esponente di estrema destra Norbert Hofer del Partito della Libertà austriaco (i candidati del Partito popolare e del Partito socialdemocratico elimintati al primo turno). La Sinistra che viene dall’ex partito comunista orientale insieme a ex socialdemocratici come Oskar Lafontaine ha dimostrato di essersi inserita nel sistema democratico federale. Insieme ai Verdi, uno spazio politico-elettorale, oltre la socialdemocrazia, del 20%, comparabile all’Spd fotografata dal voto.

Vorrei aggiungere una considerazione. Se i Liberali andranno al governo, verosimilmente potrà esserci un cambio del testimone con Wolfgang Schäuble nella sorveglianza di una linea di rigore nei conti pubblici dell’area Euro che Schäuble ha plasticamente rappresentato in questi anni. Certo, l’asse politico della Germania si rafforza a destra; ma questo non significa che l’indirizzo di governo vada necessariamente a destra. Piuttosto il sistema politico tedesco sembra cercare altre strade oltre lo schema bipolare, aprendosi ad un maggiore pluralismo. Se volessimo trarre qualche indicazione per l’Italia che si avvia alle ormai prossime elezioni politiche, si potrebbe dire: la grande coalizione in sedicesimo tra Pd e Forza Italia non risulta propriamente validata dal voto tedesco; la tendenza porta ad una penalizzazione delle forze di governo, alla richiesta di una maggiore radicalità nella definizione dei profili politici e di scelte programmatiche alternative; non senza una crisi dei grandi partiti, a favore di formazioni ulteriori alla tradizione socialdemocratica, nel campo della sinistra, non minoritarie, dotate di una certa consistenza, intorno al 10%. L’area politico-elettorale, accanto alla Spd e da essa distinta, tra Verdi e Sinistra, arriva al 20%. E’ la misura circa de La Francia Indomita (La France insoumise) di Jean-Luc Mélenchon arrivata al 19,58% nelle ultime elezioni presidenziali in Francia. E’ un’area che potrebbe riproporsi altrove.

Certo, non si può non essere preoccupati dell’affermazione della AfD. Raccomanderei, tuttavia, un po’ cautela con i giudizi affrettati. Non convengono a nessuno. Certamente si tratta di un pezzo di destra xenofoba ed euroscettica con elementi che rimandano al passato ma anche che chiedono capacità di lettura dei pericoli nuovi. Gli aggettivi che si addicono all’AfD sono völkisch, populistisch, rechtsradikal. Populisti e sovranisti di una destra radicale. In un sistema politico che al 87% circa è composto di partiti che propugnano valori democratici, pur nella dialettica delle opinioni variamente assortite tra destra (democratica) e sinistra (democratica), in un’Europa squassata dalla crisi e dalle paure, c’è anche un 12,6%, oggi, in Germania, con un profilo antisistema di estrema destra. Per il nuovo governo federale non aspettiamoci soluzioni a breve. I tedeschi sono normativi, tendono a fare le cose con ordine. Le elezioni federali precedenti si tennero in data 22 settembre 2013. A seguito delle quali, in vista della composizione del governo, si aprirono consultazioni e negoziazioni, per arrivare ad un accordo, che fu sottoscritto solo il 14 dicembre 2013, tre mesi più tardi, nero su bianco.