CityPorto “Ultimo Miglio” Brescia – La mobilità delle merci nelle aree urbane

E’ un servizio attivo di consegna delle merci in ambito urbano mediante l’utilizzo di mezzi a basso impatto ambientale (a metano e/o elettrico),che raggruppa le consegne dei diversi operatori del trasporto, diminuendo contestualmente il traffico dei veicoli per il trasporto merci.

Adeguatamente regolato, il sistema logistico e distributivo può costituire uno dei maggiori fattori di successo e di competitività per il sistema città nel suo complesso
Negli ultimi anni la distribuzione urbana sta aumentando notevolmente il proprio peso sul complesso sistema ambientale, economico e sociale delle città, ad oggi, sebbene la logistica urbana rappresenti una quota relativamente ridotta del traffico urbano, essa riveste un ruolo importante nella generazione degli impatti negativi legati al trasporto, soprattutto a causa dell’inefficienza del sistema. Infatti, nonostante la percentuale di veicoli merci rispetto al totale dei veicoli circolanti in ambito urbano non sia così elevata (10% – 12%), alcune indagini europee mostrano che la quota di emissioni nocive riconducibili al traffico merci costituisce il 20% – 30% del totale.
Ciò si spiega considerando che i veicoli merci che viaggiano nelle aree urbane sono spesso costretti a frequenti fermate e ripartenze, a numerose soste e anche a consegne non a pieno carico. Stando ai dati attualmente l’87% dei veicoli circolanti per la distribuzione urbana appartiene alla categoria del “conto proprio” (padroncini), mentre il 66% viaggia con un carico inferiore al 25% della capacità totale.
Fra i fattori che stanno contribuendo a fare della city logistic un vero e proprio fattore critico di insuccesso vi sono lo sviluppo dell’assistenza post-vendita, della reverse logistics (recupero di imballaggi o prodotti obsoleti dai punti di destinazione finali) e dell’e-commerce.
Il commercio elettronico in particolare è quello che sembra soffrire maggiormente delle inefficienze della logistica cittadina. L’impatto dei costi di consegna per gli acquisti on-line è infatti tuttora molto elevato. Le transazioni si concentrano così sugli acquisti di prodotti a più alto valore aggiunto, in grado di assorbire l’incidenza del costo di trasporto, limitando la crescita dell’intero comparto.
In un contesto di centri cittadini intasati va da sé che tale situazione è ben oltre il limite della sostenibilità.
L’ottimizzazione della distribuzione urbana diventa quindi elemento fondamentale per rispondere alle richieste del mercato, migliorare l’efficienza nel trasporto e ridurre l’impatto ambientale. Oltre alla riduzione dei costi e al miglioramento delle performance del servizio, la questione ambientale è un altro snodo centrale del problema.
Emerge, quindi, la necessità di sviluppare un adeguato sistema di trasporto dei veicoli commerciali leggeri che, operando in condizioni di efficienza e in maniera efficace e veloce, garantisca ai consumatori un miglior servizio, soddisfi le loro esigenze e allo stesso tempo rispetti l ambiente che è un patrimonio comune che non può soccombere all esigenze del mercato.
Il nodo cruciale del sistema su cui intervenire sta proprio nel tragitto del primo e dell’ultimo miglio nelle aree urbane, carico allo stato attuale di esternalità negative.

La soluzione è una sola: ottimizzare la distribuzione concentrandola quanto più possibile su canali condivisi e professionali.

A partire dai dati e dagli obiettivi e linee guida definiti in ambito europeo per una mobilità urbana sostenibile – inclusi i finanziamenti stanziati per la ricerca e lo sviluppo di soluzioni di trasporto e logistica innovative – sono stati individuati tre ambiti differenti di possibile sperimentazione:
– La progettazione di nuove soluzioni per il layout dei veicoli tradizionali (mezzi pesanti che possano trasportare container). La modularità delle opportunità di carico sembra costituire una linea di sviluppo necessaria per i veicoli destinati a servire il settore della logistica urbana nei prossimi anni. Rendere i veicoli flessibili, e quindi maggiormente idonei ad essere inseriti in catene intermodali, è una sfida che appartiene già al presente, sia per il crescente ruolo dei flussi di merci che, percorrendo lunghe distanze, giungono in prossimità dei centri urbani col modo ferroviario, sia per il crescente utilizzo di veicoli alternativi (cargo-bike e road-train elettrici) che già in diverse realtà cittadine effettuano le consegne dell’ultimo miglio.
– La dotazione di equipaggiamenti/dispositivi aggiuntivi: al fine di agevolare la tracciabilità di merci e veicoli, la limitazione delle emissioni nocive e l’incremento dei livelli di sicurezza, sia di tipo attivo che passivo
– Nuove tecnologie di trazione migliorative dal punto di vista delle emissioni inquinanti rispetto ai veicoli diesel tradizionali (veicoli ibridi, elettrici, a metano etc.)
– Si prevede la necessità di incrementare la quota di veicoli elettrici (includendo anche i cosiddetti fuel-cell, sebbene ancora lontani da livelli di produzione di massa) e ibridi, anche avvalendosi delle tecnologie più avanzate e affidabili in materia di refrigerazione dei vani merci, settore, quest’ultimo, al momento caratterizzato da notevoli maggiori criticità. In questo contesto di crescente elettrificazione dei mezzi, diventerà sempre più cruciale lo sviluppo di sistemi efficienti di ricarica e di conservazione dell’energia (ESSs in generale, batterie e accumulatori di energia).
NUOVI SISTEMI DI COMUNICAZIONE
Attualmente l’ultimo miglio può essere soggetto a ritardi inattesi e inevitabili che causano frustrazione ai consumatori. La tecnologia offre strumenti efficaci per l’invio di messaggi automatici associati al GPS quando il camion giunge a una certa distanza dalla destinazione, ma non sempre viene sfruttata al meglio. “Molto spesso i clienti possono tracciare il pacco fino al deposito, poi lo perdono di vista nel tragitto dal deposito all’indirizzo di consegna finale,” dice Nizam Sacranie, proprietaria di una catena di discount nel Leicestershire, nel Regno Unito, che sta studiando nuove formule di consegna a domicilio. “Comunicando con i clienti nell’ultima fase del viaggio, non solo saranno sempre aggiornati su eventuali ritardi, ma eviteranno anche di schiacciare un pisolino o fare qualcosa che impedisca loro di sentire il campanello quando arriva la consegna.”
Il mondo digitale connesso offre sempre nuove opportunità di creare valore aggiunto con le comunicazioni nell’ultimo miglio della supply chain. Applicando etichette RFID, i pacchi stessi potrebbero comunicare tramite wifi e antenne di telefonia mobile, mentre un approccio omnicanale consentirebbe di comunicare su tutti i canali a disposizione dei consumatori. Ad esempio, aziende come UPS negli Stati Uniti e DHL in Germania offrono ai clienti la possibilità di cambiare l’orario e il luogo della consegna mentre i pacchi sono in viaggio, tramite Internet o un’app su cellulare.
“I consumatori non vogliono orari e modalità di consegna rigidi,” si legge nel rapporto Omni-channel Logistics pubblicato dalla società tedesca di logistica DHL Consumer Solutions ” Innovation e da IDC Manufacturing Insights, società internazionale di ricerche di mercato in campo informatico con sede negli USA. “I consumatori chiedono flessibilità anche nei canali di comunicazione oltre il web e le app. Vogliono lo stesso livello di accesso e interazione tramite WhatsApp, Vchat e altri canali non strutturati. Per i fornitori di servizi logistici e il retail, la sfida è creare e mantenere una vista unificata di tutti i canali di servizio alla clientela, per consentire una comunicazione completamente integrata e trasparente.”
MESSAGGIO CHIARO
I cittadini non possono pagare le inefficienze del mercato, lo stato deve intervenire per difendere il patrimonio ambientale prima che sia troppo tardi.
Il comune di Brescia deve creare una società partecipata che gestisca una struttura di interscambio alle porte del centro urbano, in questo spazio attrezzato i vettori nazionali e internazionali potranno affidare la merce che trasportano a veicoli non inquinanti che provvederanno alla consegna entro il perimetro urbano, fornendo un dupplice risultato:
– agli operatori e ai loro clienti un servizio più razionale, efficiente ed economico.
– ai cittadini un traffico ridotto, meno inquinamento, posti di lavoro e una società capace di generare utili e guadagni.
Questa è una sfida che non riguarda il futuro ma il presente, il tempo delle decisioni importanti è questo, voltarsi e far finta di niente è un privilegio che nessuno di noi può più permettersi perché o siamo parte del cambiamento o presto saremo parte del problema.

LETTERA AL DIRETTORE: UN VOTO UTILE PER COSTRUIRE

Egregio Direttore,
Ormai la strada è segnata. Alle prossime elezioni il centrosinistra,o meglio quello che ne fu,andrà diviso. Se bandiamo le ipocrisie, lo capisce anche un bambino che non ci sono le condizioni minime,da entrambe le parti,per costruire un’alleanza.
L’ultima finestra si è chiusa con la legge elettorale e il rifiuto della proposta di ART UNO MDP di introdurre il voto disgiunto.
Lo capisce anche un bambino che con il voto disgiunto non si ponevano le basi di un’alleanza,ma quelle di una possibile desistenza nei collegi marginali. In un numero significativo di collegi la costituenda lista unitaria della sinistra avrebbe potuto non presentare propri candidati,senza perdere alcun voto nella quota proporzionale e viceversa il pd. Una sorta di non belligeranza per allargare il fronte antipopulista. Il pd di Renzi ha preferito un patto di potere con FI e la Lega perché nell’epoca dei partiti personali la priorità delle priorità è il controllo su gruppi parlamentari infarciti di nominati. Fuori tempo massimo,e senza uno straccio di disponibilità ad un programma e leadership condivise, claudicando si va verso una finta coalizione con il pd nel ruolo di Biancaneve e gli altri in quello dei sette nani.
Il campo di gioco adesso è definito da una legge elettorale che,limitando la libertà di scelta dell’elettore,impone la presenza in tutti i collegi.
Dentro questa cornice la lista unitaria della sinistra ha il compito,alzando le bandiere della lotta alle disuguaglianze,alla precarietà del lavoro,dell’universalismo del diritto alla salute e della giustizia fiscale,di riportare al voto i milioni che si sono rifugiati nell’astensione o tra i 5 Stelle. E che non voteranno mai il pd. Secondo tutti gli Istituti seri si tratta di almeno il 30-35% dell’elettorato di centrosinistra.
E la Sinistra avrà un vantaggio: potrà candidare nei collegi uninominali non già coloro a cui deve essere garantito il seggio,ma personalità e dirigenti che,con un inedito di questi tempi senso di responsabilità,metteranno la loro storia al servizio della causa,per usare parole antiche.
Sarà una bella avventura perché in tanti capiranno che quello è il vero voto utile e non quello per una coalizione di facciata destinata a sciogliersi per far posto all’accordo Renzi-Berlusconi.
Il voto utile a riaprire,dopo le elezioni,il cantiere di un nuovo centrosinistra riformatore e di governo in discontinuità, per citare Pisapia, nel merito e nei metodi di questi ultimi 4 anni.
Paolo Pagani coordinatore provinciale di ART UNO MDP Brescia.

“Non neutrale, ma per la pace”: come e perché a Bologna Francesco riabilita Lercaro

Nella sua recente visita alla città di Bologna come vescovo di Roma, Bergoglio ha pronunciato un discorso agli universitari su tre diritti fondamentali da lui reinterpretati: il diritto allo studio, alla pace e alla speranza in un futuro.

Nel trattare dello Ius Pacis egli, dopo aver ricordato l’articolo 11 della Costituzione Italiana – a cui contribuì in maniera determinante Giuseppe Dossetti – ha citato a sorpresa un testo di Giacomo Lercaro affermando: “Il Cardinale Lercaro qui disse: «La Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte esso venga: la sua vita non è la neutralità, ma la profezia» (Omelia, 1° gennaio 1968). Non neutrali, ma schierati per la pace!”. In origine il testo diceva “la sua via non è la neutralità, ma la profezia”. Bergoglio ha però detto – per sbaglio? appositamente? – “vita”. A parte questa lieve differenza si tratta di una citazione con un proprio peso specifico. Diversi osservatori ne hanno giustamente segnalato l’importanza (Alberto Melloni, Luigi Sandri), qualcuno vi ha visto un passo decisivo verso l’archiviazione definitiva della dottrina della guerra giusta (Matteo Matzuzzi), qualcun altro in termini commossi e acuti vi legge come Francesco continui a “riparare la Chiesa” (Raniero La Valle). Certo non può non colpire come dopo la visita significativa a Barbiana e a Bozzolo con la riabilitazione di fatto di don Lorenzo Milani e di don Primo Mazzolari – due figure davvero importanti per la maturazione dell’insegnamento cristiano sulla pace – Bergoglio citi a Bologna Lercaro proprio sul tema della pace nella sua omelia del 1° gennaio 1968.

Si tratta infatti di una citazione proveniente da un’omelia che fu tra le cause – o quantomeno la goccia che fece traboccare il vaso – della rimozione di Giacomo Lercaro dalla sede episcopale bolognese. Rimozione che, a sua volta, può essere interpretata come il simbolo concreto dell’esistenza di visioni di Chiesa differenti e di una tensione allora crescente – poi manifestatasi chiaramente – nell’interpretazione del significato del Concilio Vaticano II.

La celebre omelia di Lercaro fu pronunciata – come ben studiato da Giuseppe Battelli e Alberto Melloni – in un quadro ecclesialmente e politicamente molto complesso a livello locale, nazionale ed internazionale. La ripresa dei terribili bombardamenti americani in Vietnam insieme con la visita del presidente Johnson il 23 dicembre 1967 a Paolo VI produsse una serie di fibrillazioni in una Chiesa che, certo, si stava muovendo in senso conciliare nella direzione di una testimonianza di pace – il 1° gennaio 1968 sarebbe stata la giornata della pace indetta dallo stesso Paolo VI – ma che viveva in un complicato quadro di condizionamenti e di legami in Italia – con un partito di maggioranza che si riconosceva come il luogo unitario dell’impegno cattolico in politica – e all’estero nel quadro polarizzato e drammatico della guerra fredda. Questo contesto non semplice era ulteriormente gravato dalle critiche verso la linea ecclesiologica e liturgica di Lercaro e del suo stretto collaboratore Dossetti, che divennero progressivamente una sorta di simbolo in quegli anni – ma a bene vedere fino ad oggi – di una Chiesa differente, più spoglia e più evangelica.

In tale intricatissimo quadro, attraverso un programma pensato e preciso, Lercaro promosse a Bologna in vista di quel 1° gennaio una serie di iniziative di sensibilizzazione, tra cui va ricordata l’importante visita al Consiglio Comunale presieduto dal sindaco comunista Guido Fanti il 22 dicembre 1967 per una consegna ufficiale – ma tutt’altro che formale – del messaggio di Paolo VI per la giornata della pace. Questo e altri gesti ed incontri miravano alla celebrazione della giornata della pace e a una duplice riflessione che Lercaro – con l’aiuto determinante di Dossetti – propose in una traccia per tutte le parrocchie e nella sua incisiva omelia del pomeriggio del primo dell’anno.

L’omelia, a partire da alcune riflessioni sulle Scritture del giorno e sul messaggio di Paolo VI, si sviluppa come una sorta di esame di coscienza intimo e collettivo sulla propria testimonianza di pace e più in generale sulla testimonianza di pace della Chiesa intera. È percepibile il senso di una responsabilità tutta personale, infatti spera che a lui “non si debba mai rimproverare di avere taciuto qualche cosa che potesse essere essenziale alla valida testimonianza di pace della nostra Chiesa, nel contesto […] in cui essa vive e opera”.

Lercaro prosegue con una serie di affermazioni importanti sulla natura del contributo della Chiesa, che dev’essere libero e disinteressato, dolorosamente cosciente degli errori del passato, quindi umile, non arrogante e non schierato politicamente: “la Chiesa — per non apparire invadente o parziale o imprudentemente impegnata nell’opinabile e nel contingente — deve affinare sempre più la sua purezza trascendente e il suo distacco da ogni interesse politico e persino da ogni metodo in qualche modo analogo a quelli delle potenze”.

Nello stesso tempo la Chiesa non deve far mancare il proprio giudizio dirimente su questioni e decisioni essenziali per la vita di molti uomini. All’interno di questa prospettiva si trova la citazione fatta propria da Bergoglio: “ma la Chiesa non può essere neutrale, di fronte al male da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia; cioè il parlare in nome di Dio, la parola di Dio. Pertanto, nell’umiltà più sincera, nella consapevolezza degli errori commessi nella sua politica temporale del passato, nella solidarietà più amante e più sofferta con tutte le nazioni del mondo, deve tuttavia portare su di esse il suo giudizio”.

Detto questo egli è consapevole che tale qualifica profetica della parola – quando è autentica – non è a basso prezzo, ma può incontrare contrasto ed un’opposizione anche violenta, ma “è meglio rischiare la critica immediata di alcuni che valutano imprudente ogni atto conforme all’Evangelo, piuttosto che essere alla fine rimproverati da tutti di non aver saputo — quando c’era ancora il tempo di farlo — contribuire ad evitare le decisioni più tragiche o almeno ad illuminare le coscienze […]”.

Vi sono momenti della storia che risultano davvero decisivi e discriminanti in bene e in male e in tal senso vanno riconosciuti in maniera vigile. In proposito, egli compie una valutazione acuta delle recenti guerre (nel 1915, 1936, 1940) italiane che coniuga con la sua personale esperienza della guerra e ricorda un testo – ripreso anch’esso da Papa Francesco a Bologna – di Benedetto XV: “se ripenso a tutto l’arco di questi dieci lustri, debbo riconoscere che la parola più concreta e incidente, in rapporto alle vicende belliche in cui l’Italia fu coinvolta, fu pronunziata appunto cinquant’anni fa (1917) da Benedetto XV: alludo al suo giudizio che definiva la guerra in corso fra le potenze, una «inutile strage». Quel giudizio – veramente non politico, non diplomatico, ma religioso – fu immediatamente il bersaglio di ogni accusa: ma oggi da tutti si riconosce che quella parola profetica costituisce uno dei titoli maggiori della statura, pontificale e storica, di papa Benedetto”.

Dopo questa serie di premesse, Lercaro pronuncia quel giudizio storico sui bombardamenti in Vietnam a cui ha preparato con cura i propri ascoltatori: “La dottrina di pace della Chiesa (messa sempre meglio a fuoco da papa Giovanni, dal Concilio, da papa Paolo) per l’intrinseca forza della sua coerenza, non può non portare oggi a un giudizio sulla precisa questione dirimente, dalla quale dipende oggi di fatto il primo inizialissimo passo verso la pace oppure un ulteriore e forse irreversibile passo verso un allargamento del conflitto. Intendo riferirmi, come voi ben capite, alle insistenze che si fanno in tutto il mondo sempre più corali — e delle quali si è fatto eco il Papa nel recentissimo discorso ai cardinali — perché l’America (al di là di ogni questione di prestigio e di ogni giustificazione strategica) si determini a desistere dai bombardamenti aerei sul Vietnam del Nord”. Questo fu il passaggio – la richiesta di cessazione dei violenti bombardamenti in Vietnam – che per una serie di congiunture storiche, politiche ed ecclesiali, fece, per così dire, precipitare la situazione di Lercaro e condusse – come causa prossima – alla sua rimozione.

Rileggendo questa vicenda pare che la citazione di Lercaro da parte di Bergoglio nella sua visita bolognese non sia incolore ma possa essere letta come una riabilitazione non solo della persona, ma dei criteri di fondo con cui Lercaro – insieme al provicario generale Dossetti – intese la testimonianza della Chiesa verso la pace nel rifiuto delle logiche – palesi o spesso nascoste – di guerra. Si tratta di una visione profetica della Chiesa nella storia che sente una responsabilità sofferta verso i drammi umani e verso quella che può essere descritta come l’illusione della guerra. In una lettera del dicembre 1967 – pochi giorni prima del primo gennaio – alla comunità dei giovani che vivevano con lui, Lercaro sostiene che “ora la Chiesa bolognese è ulteriormente impegnata alla preghiera, a meditare sulla pace, a educare i giovani a liberarsi dalla superstizione della guerra”. Egli mostra la convinzione che il rifiuto delle logiche della guerra non è astrazione o idealismo, ma è l’unico modo di essere davvero realisti e aderenti alla realtà sui tempi lunghi della storia.

Visto l’esempio recente delle molteplici conseguenze delle molte guerre a cui si è collaborato o che sono state armate da parte italiana nelle zone del Medio Oriente (non ultima la vicenda delle armi italiane per la guerra sanguinosa dell’Arabia Saudita contro lo Yemen) o del Nord Africa la riabilitazione dei criteri e del discorso – di Lercaro e Dossetti – sulla pace e sul rifiuto delle logiche e degli interessi della guerra riveste un significato non solo per la Chiesa bolognese e italiana, ma per ogni uomo che cerchi di essere responsabile e vigile.

Nel tempo della decrescita. Che dobbiamo accettare, ma non contemplare

Chi rinuncia a una discussione sulle idee rischia la subalternità e l’irrilevanza; non solo sul piano culturale. Una suggestione che anima il nostro tempo è quella della decrescita. Non va celebrata. Non va rifiutata. Va affrontata criticamente. Secondo Charles Baudelaire l’idea di progresso sarebbe “spenta come un fanale senza luce”. L’uomo moderno, un “disgraziato”, “ansimante”, per “la fretta e il panico”, “inghiottito nel traffico”. Con un’immagine cruda: il progresso, uno “scorpione” che, “stretto nel cerchio di fuoco, trafigge se stesso con la sua coda”. Da parte sua Walter Benjamin ha spiegato che le rivoluzioni non sono “le locomotive della storia universale”; al contrario, “sono, sul treno dell’umanità viaggiante, il dar di piglio al freno dell’emergenza”.

La coscienza dei limiti non è una novità. Non c’è più, se mai c’è stata, una linea continua e ascendente. C’è un percorso, irto di ostacoli, con il rischio, sempre incombente, di possibili fallimenti. E infatti: se confidiamo che una certa cosa non si ripeta più (come a proposito di un risorgente pericolo neofascista) è proprio perché temiamo che la regressione, l’involuzione, il passo indietro, possano, di nuovo, verificarsi.

I nostri nonni avevano la sensazione che i loro figli e nipoti sarebbero stati meglio di loro. Non è più così. Quel nesso causale si è spezzato. Non si può guardare alle risorse, da quelle naturali a quelle economiche, senza questa consapevolezza. L’ultima cosa che serve sono i giri di frase edificanti sulle magnifiche sorti e progressive. I quali non attenuano, anzi accentuano la tendenza al sospetto e al pregiudizio. In un mondo dominato dall’incertezza, la democrazia ha il compito di riaffermare il valore di una di protezione a favore dei più esposti.

Quando, con enfasi eccessiva, viene annunciato uno zero virgola in più di Pil, non c’è motivo di dispiacersi. Il problema è che la crescita non significa automaticamente due cose: 1) occupazione; 2) giustizia sociale. Anche in questo caso la responsabilità della parola suggerirebbe una maggiore continenza verbale in modo da evitare di dissociare il linguaggio dai fatti, notoriamente testardi.

Questo non toglie che i fautori della decrescita sinceramente pensino di portare l’annuncio di qualcosa di epocale. Non mi avventuro nel pensiero Serge Latouche (dal Breve trattato sulla decrescita serena a Limite e oltre), autore che, come ogni altro, merita studio e approfondimento. Anche se – come spiegava Edmondo Berselli nell’Economia giusta – esso appare una risposta troppo “intellettualistica”. A suo modo ideologica. Nel senso di giustificare l’esistente.

C’è la crisi? Sì, c’è ancora crisi. Nella vita reale delle persone, altrove rispetto ad ogni propaganda. Ma non basta prenderne atto. Bisogna proporsi di uscirne. Sapendo che non si tratta solo di strutture o di beni materiali. Ma anche di qualcosa di più profondo, come l’essere e il fare comunità. Riannodando la relazione tra popolo e rappresentanza. Non è la forma della politica, è la sostanza di questo a motivare le ragioni dell’attesa di una sinistra più forte, nella piena coscienza dei limiti quantitativi, per la qualità di una democrazia più inclusiva.

La quarta via: c’è una luce in fondo al tunnel della sinistra

La crisi della globalizzazione si è tradotta in una insostenibile diseguaglianza socio-economica tale da determinare la deflagrazione nei rapporti fra generazioni, fra centro e periferia, fra ricchi e poveri. La “sinistra illuminata”, come di recente apostrofata da Massimo D’Alema, deve affrancarsi dalla subalternità culturale ai vecchi slogan del liberismo, deve recuperare la propria identità, calarsi in una logica di ‘governance’ e con coraggio proporre un’alternativa, ovvero un nuovo modello sociale; quello che a me piace chiamare, parafrasando il passato nei fatti sconfitto, la “Quarta via”.

Cerchiamo di contestualizzare la situazione a cui siamo giunti per trarre prima la “lesson learned” e determinare poi lo “start-up” per l’ineludibile cambio di passo. La cosiddetta Terza Via, accompagnata da una visione dello Stato come semplice “ancella del capitale privato”, con la speranza che la maggior ricchezza dei ricchi prima o poi si riversasse sui poveri (fenomeno di “trickle-down” teorizzato dalla globalizzazione), non ha prodotto effetti positivi, anzi ne ha prodotti di controproducenti. A conti fatti, è raddoppiato il numero dei poveri; i giovani continuano ad essere estranei ai flussi di lavoro; i lavoratori della ‘middle age’ restano abbandonati nel guado; il rapporto di lavoro è sempre più accompagnato da perdita dei diritti; la concertazione fra le parti sociali è praticamente scomparsa.

Il trend è stato questo anche da noi; aggravato da un governo accondiscendente e deresponsabilizzato, poco propenso a finalità strategiche di lungo corso. Sono stati così assecondati i movimenti speculativi dei grandi capitali privati. Così, lo Stato compra a prezzi alti e poi rivende a prezzi bassi qualche pezzo di capitale industriale (vedi, ad esempio, caso Alitalia) in modo da sgravare i privati dalle perdite e predisporli poi ad ulteriori guadagni. Tali interventi implicano anche l’aumento del debito pubblico, come nel recente caso del soccorso alle Banche venete e toscane.

L’apparato pubblico, come riconosciuto dal capitalismo mondiale, si è spesso adoperato per garantire la ripresa e la stabilizzazione dei profitti dopo la “grande recessione” del 2008. Secondo una recente ricerca dell’OCSE, effettuata sulle prime 2000 aziende della classifica mondiale Forbes, si evince che le imprese a partecipazione statale presentano un rapporto tra utili e ricavi significativamente maggiore rispetto alle imprese private ed un rapporto tra profitto e capitale pressoché uguale. Tutto questo ci dice della crisi irreversibile della globalizzazione, almeno se lasciata al mercato senza regole!

Credo che solo la sinistra possa imporre il “cambio di passo” se ritroverà la sua identità, se riuscirà in maniera chiara e netta a “dire e fare cose di sinistra” senza soggezione. Inizia a soffiare un vento nuovo fra le strade europee: Corbyn e Melenchon hanno ottenuto un notevole risultato elettorale con un programma basato su un ritorno dell’intervento statale in un’ottica di lungo periodo che prevede pure la nazionalizzazione di alcuni settori chiave.

Sembra farsi avanti l’idea di un diverso modello di sviluppo, con un ruolo centrale per gli investimenti pubblici strategici, come strumento di crescita. Occorre intercettare i cambiamenti del capitalismo, sfruttarne le contraddizioni; questo richiede cambiamenti macroeconomici imponenti: la messa in discussione della centralità del mercato azionario e la libertà dei movimenti di capitale.

Come sperimento anche con Sanders negli USA, questi fenomeni politici emergenti sono anche trainati da una nuova generazione di elettori, costituita da giovani lavoratori e studenti; questo è un chiaro punto di forza. I giovani che si muovono istintivamente a sinistra non esprimono però un voto d’opinione. La loro scelta sembra piuttosto la risultante di un profondo mutamento dei rapporti di lavoro, fatto di deregolamentazioni e precarietà, che negli ultimi anni ha inasprito le disuguaglianze di classe. Questi giovani sperimentano lo sfruttamento, crescono già disillusi perciò vaccinati contro le suggestioni dell’individualismo liberista.

Organizzare una tale massa di disincantati intorno ad un progetto di progresso e di riequilibrio sociale non è impresa facile. Nell’attuale desertificazione culturale e politica, la loro rabbia può sfociare facilmente a destra o nel populismo ideologico, più attrezzati nella propaganda ad effetto. E nel nostro Paese che ha fatto la Sinistra?…..forse tramortita dalla globalizzazione lasciata a “briglie sciolte”, ha subito incapace di offrire l’alternativa.

Ma da un po’ qualcosa sta cambiando, e la Sinistra sta ritornando a parlare alla sua gente. Che cosa dobbiamo fare (e stiamo facendo):

invertire la tendenza sociale, ahimè diffusa, verso il disimpegno e la ipersemplificazione;
rompere con gli schemi di un recente passato tesi all’indistinta e improduttiva protesta;
elaborare un programma economico che abbia come orizzonte la crescita, l’equità sociale ed il riequilibrio della ricchezza che si produce;
indicare un nuovo modello di società che sia percepito credibile e riaccenda l’entusiasmo;
contribuire al governo del Paese, attraverso una forza politica a “due digit” non come fine ma come strumento per la realizzazione del cambiamento che la nostra gente con insistenza chiede.

La sinistra sa da che parte stare e chi deve rappresentare, ma deve ritornare a parlare il linguaggio dei disincantati, disimpegnati, delusi, emarginati, arrabbiati che nella stragrande maggioranza è rappresentata dai giovani. Non basta riconoscersi e magari andare a rimorchio delle idee e suggestioni d’oltremanica! Lasciamo perdere la possibilità di rosicchiare qualche punticino dal partito liberale di massa (il PD odierno) poiché si ridurrebbe, nel caso, ad una vera e propria “partita di giro”.

Nuovo centrosinistra va bene ma… con quale centro? Quello ondivago spesso ispirato al trasformismo e retto da notabili con clientele ad assetto variale? Cerchiamo piuttosto di dialogare con i giovani, con la nostra gente che ci ha abbandonato e proviamo a convincere quel 35% del popolo del “non voto” che continuano nella sfiducia a dire: ”andate tutti a pascolare”!

Tutti in classe. Idee per il futuro degli studenti oltre la “riformite”

Riaprono le scuole e, come ogni anno, riparte il dibattito sulla bontà o meno delle riforme che hanno interessato questo mondo ormai sfiancato dalla “riformite” dei governi succedutisi negli ultimi vent’anni. Tralasciando alcune proposte della ministra Fedeli, come ad esempio quella di ridurre il ciclo delle scuole medie a soli due anni, l’ultima polemica in ordine di tempo riguarda il numero chiuso, in seguito ad una storica sentenza del TAR del Lazio che ha bocciato il medesimo per quanto concerne le facoltà umanistiche della Statale di Milano (la quale peraltro ha rinunciato a far ricorso al Consiglio di Stato), costituendo un precedente molto importante.
Ebbene, lo dico sin da quando ero studente, il numero chiuso si discosta non poco dallo spirito della nostra Costituzione e, in particolare, dell’articolo 34, il quale prevede la libertà d’accesso all’istruzione.
Molti obiettano che, abolendolo, diventerebbe impossibile quel processo di selezione che pure è indispensabile se non si vuole correre il rischio di attribuire un prestigioso titolo di studio a persone che non lo meritano. Peccato che sia un falso problema, in quanto semmai il dramma degli atenei italiani è esattamente l’opposto e cioè che sempre meno studenti vi si iscrivono e sempre meno di essi giungono al conseguimento della laurea. Colpa dei costi esorbitanti e della mancanza di borse di studio adeguate, certo, ma anche tutti questi ostacoli ulteriori non costituiscono certo un incentivo a studiare, a impegnarsi e a mettercela tutta per tentare di riattivare quell’ascensore sociale che solo potrebbe consentire al nostro Paese di ripartire.
A tal proposito, i punti su cui è urgente intervenire sono due, oltre al sempre cruciale aspetto economico: l’orientamento scolastico e universitario e la revisione dei cicli.
Poiché la scuola costituisce un’architettura complessa e da valutare nel suo insieme, in quanto accompagna i nostri ragazzi dalla più tenera infanzia alla maggiore età e oltre, non si può pensare di intervenire su un singolo aspetto senza armonizzare gli altri.
Pertanto, tenendo fermi i cinque anni delle elementari, bisognerebbe innanzitutto rivedere il concetto di autonomia scolastica introdotto dalla riforma Berlinguer e poi riorganizzare i cicli. Tre anni di medie, infatti, espongono i ragazzi alla scelta del liceo all’età di tredici-quattordici anni, esponendoli al rischio di sbagliare indirizzo, favorendo così quella piaga che è l’abbandono scolastico. Non c’è dubbio che un anno in più di maturità, in quella fascia d’età, possa essere benefico, anche al fine di consentire una decisione più autonoma da parte degli alunni, riducendo l’inevitabile condizionamento ad opera delle famiglie. A questo primo effetto positivo, si sommerebbe l’eliminazione di quel biennio iniziale di fatto, oggettivamente pleonastico, che impedisce, ad esempio, di studiare la letteratura italiana fin dal primo anno, ottenendo un liceo più snello e sensato nel quale non sarebbe assurdo, a quel punto, a partire dal secondo anno, favorire una maggiore personalizzazione dei programmi. Fatto salvo il doveroso eclettismo (altro valore aggiunto della nostra scuola) e la necessità di garantire un certo numero di ore per materia uguale per tutti gli allievi di un determinato indirizzo, infatti, bisogna altresì prendere atto che non siamo tutti uguali, non abbiamo tutti le stesse inclinazioni e che questo è assolutamente un bene, visto il bisogno di pluralismo e di complessità che caratterizza e caratterizzerà sempre di più la nostra società.
L’orientamento dei ragazzi alle prese con la scelta della facoltà universitaria, poi, è ancora più importante della decisione relativa al corso liceale, in quanto quello è davvero il momento in cui si costruisce la vita di una persona ed è necessario guardarsi dentro.
A tal proposito, parlo per conoscenza diretta di persone che hanno sbagliato facoltà e perso anni importanti di formazione e di lavoro, non bastano assolutamente le sporadiche visite presso questo o quell’ateneo bensì è indispensabile un lungo percorso di comprensione di sé, delle proprie potenzialità, dei propri limiti e dei propri interessi, onde evitare che sorgano, sul percorso di una personalità in formazione, ostacoli poi difficilmente sormontabili.
Un anno uguale per tutti, un numero di ore standard per materia, anche a seconda dei vari indirizzi, e poi la possibilità di definire un percorso autonomo che agevoli i ragazzi nella comprensione di chi sono e di cosa vogliono diventare nella vita: per il nostro liceo sarebbe senz’altro un passo avanti.
Infine, un’università senza numero chiuso, più accogliente e vicina alle esigenze delle persone, in cui per tre sole facoltà (Medicina, Ingegneria e Architettura) sia previsto un congruo numero di esami propedeutici da dare entro il primo anno, senza i quali non sia possibile andare avanti, prevedendo tuttavia una piccola deroga di sei mesi in caso di gravi malattie o lutti personali e familiari.
A ciò si aggiunga l’eliminazione del fallimentare 3 più 2 introdotto sempre da Berlinguer, il ripristino del vecchio ordinamento, con annessa durata dei corsi, una riduzione drastica dei costi degli atenei e un forte investimento pubblico sotto forma di borse di studio e agevolazioni fiscali per le famiglie, seguendo la rotta indicata da Bernie Sanders.
Se vogliamo tornare a parlare alle giovani generazioni, umiliate dalla crisi e da un precariato divenuto ormai esistenziale, questo potrebbe essere un primo passo.

Contro la disuguaglianza: come e perché. Un Manifesto

Premessa e sintesi

La diseguaglianza è il problema fondamentale del nostro tempo. Le difficoltà politiche, il malessere sociale, il disagio economico hanno origine anche, e soprattutto, nella crescita senza precedenti delle diseguaglianze economiche che si collegano a quelle sociali e culturali. La tenuta delle nostre società è a rischio.

Un Manifesto è uno strumento assertivo e, in qualche modo, di parte, ma fondato su solidi argomenti, con cui si intende richiamare l’attenzione su un problema, del quale vengono sinteticamente illustrate le caratteristiche di fondo e per il quale si indicano schematicamente le soluzioni che, peraltro, non sempre sono immediatamente realizzabili. Ma, come è stato detto, il tempo può rendere politicamente inevitabile ciò che appare politicamente impossibile.

Con questo breve documento intendiamo ricordare che negli ultimi 30 anni si è prodotta una fondamentale discontinuità negli equilibri economici e politici dell’Occidente, fornire elementi di informazione sulle caratteristiche e le dimensioni dei fenomeni che ne sono derivati, dare brevemente conto della discussione accademica sia sulle loro cause profonde, sia sui rimedi per i quali occorrerà battersi per un tempo non breve. Solo una presa di coscienza adeguata può fornire gli strumenti per una reazione adeguata alla gravità della situazione.

La crescita della diseguaglianza si è manifestata praticamente in tutti i comparti dell’economia e in quasi tutti i paesi, anche se con differenze talvolta significative. Negli ultimi 30 anni si è verificato un enorme spostamento di reddito dai salari ai profitti e alle rendite (un tempo si sarebbe detto dal lavoro al capitale): intorno ai 15 punti di Pil; all’interno dei redditi di lavoro, lo spostamento è stato dalle classi medie, dagli operai e dagli impiegati verso i dirigenti, i manager e i professionisti; i rentiers hanno visto migliorare dovunque la loro posizione. Inoltre, la disoccupazione è diventata un problema sempre più difficile da gestire: le economie, anche per la debolezza degli investimenti, rischiano la stagnazione e hanno bisogno di stimoli artificiali basati sull’indebitamento per funzionare, ma questo crea problemi di stabilità finanziaria e accresce il rischio di crisi e recessioni che riversano i loro effetti negativi soprattutto sui lavoratori, sulle classi medie e sui giovani. Nella “coda” inferiore della distribuzione dei redditi la diseguaglianza si trasforma in povertà….

Questa situazione non si è prodotta per caso. Essa è il risultato del capovolgimento del compromesso “keynesiano” che è stato alla base del funzionamento delle economie capitalistiche nel secondo dopoguerra. Allora, memori dei disastri della crisi del ’29 e dei rischi rappresentati dalle idee socialiste e dalle rivoluzioni comuniste per la sopravvivenza dei sistemi liberali, i governi dell’occidente accettarono di creare un contesto di regole e normative idonee, tra l’altro, a far sì che i benefici della crescita venissero divisi equamente. Il sistema funzionò egregiamente per vari decenni, ma fu poi travolto dalle controrivoluzioni di Reagan e Thatcher che ripristinarono la convinzione liberista che il mercato lasciato a sé stesso avrebbe risolto ogni problema. L’effetto finale è stato quello di sostituire al principio democratico quello capitalistico: non più “una testa un voto” ma “un dollaro un voto”. Così sono stati modificati alcuni fondamentali equilibri economici politici e sociali con conseguenze che oggi sono ben visibili.

Alla base delle diseguaglianze odierne vi sono precise scelte politiche che hanno condotto, tra l’altro, a mutamenti radicali nella distribuzione del potere economico, tra sindacati ed imprese, all’interno delle imprese – mentre venivano indebolite le funzioni delle democrazie nazionali -, alla nascita di nuovi e molto potenti monopoli; alla maggiore facilità per i ricchi di non pagare le tasse; al più forte condizionamento dei governi da parte dell’accresciuto potere economico; all’esclusione di ampi settori della società dalla vita sociale. E anche a causa di tutto ciò la mobilità sociale è praticamente scomparsa: il destino dei figli dipende sempre più dalla condizioni dei loro genitori e per i figli dei ricchi è sistematicamente più roseo di quello dei figli della “gente normale”.

I tentativi di giustificare le diseguaglianze non sono convincenti: la loro crescita non sembra giustificata dallo sviluppo tecnologico; l’affermarsi di una classe di nuovi ricchi presunti titolari di capacità fuori dal comune, e perciò da remunerare profumatamente, riflette in realtà diffusi e non sempre ben visibili poteri di monopolio, che si inquadrano nella pericolosa tendenza verso un capitalismo oligarchico; l’idea, frequentemente proposta, che la diseguaglianza sia necessaria alla crescita economica, e perciò possa essere non solo giustificata ma perfino benefica, viene smentita dai fatti e dai molti studi (anche del Fondo Monetario Internazionale e dell’OCSE) che mostrano, invece, come le disuguaglianze possano frenare la crescita.

Il Manifesto elenca 28 interventi o politiche che potrebbero correggere la situazione attuale. L’elenco non è certamente completo, ma indica la strada da percorrere.

L’obiettivo di queste politiche non è quello di condurci verso una grigia società nella quale vige un ottuso egualitarismo economico. Piuttosto si tratta di aspirare a creare una società più dinamica, più mobile e più giusta che, come tale, può contemplare anche disuguaglianze economiche. Ma saranno, diversamente da gran parte di quelle che oggi dominano, disuguaglianze accettabili.

Alcune di quelle politiche potrebbero essere adottate subito, altre richiedono di superare molte difficoltà, con pazienza e determinazione. Alcune possono essere introdotte a livello nazionale, per altre sono necessarie soluzioni sovranazionali. E’ una strada lunga, conflittuale e difficile, ma il problema va affrontato per quello che è. E’ pericoloso ignorare il problema ed è inutile minimizzarlo, pensando che bastino pochi e semplici correttivi per risolverlo. Si tratta, in realtà, di modificare i meccanismi fondamentali di funzionamento delle nostre società e di mettere un freno agli interessi di ceti potenti e mai sazi.

“Qui la Chiesa scomparirà”: la lettera (profetica) di Dossetti sul Medio Oriente

Per la rivista Egeria sta per uscire un numero monografico su ‘Giuseppe Dossetti e il Medio Oriente’. Perché una riflessione collettiva su questo tema? Infatti, per molti Dossetti risulta noto per l’impegno resistenziale, quello costituzionale, per il lavoro giuridico e per quello nei primi anni della Democrazia Cristiana; diversi lo ricordano per l’impegno di resistenza costituzionale nel biennio ’94-’96, qualcuno lo ha presente come figura e/o simbolo fonte di discussioni in ambito politico ed ecclesiale. In un contesto ben più ristretto si è a conoscenza della sua passione – simile a quella dell’amico Giorgio La Pira – per le questioni mediterranee e in particolare per i nodi medio-orientali. Passione radicata nella scelta – all’inizio degli anni ’70 – di andare a vivere con la propria comunità prima a Gerico, in territorio palestinese sotto occupazione israeliana, poi negli anni successivi a Maìn (Giordania) e Ain Arik (Palestina). Proprio lì la capacità di lettura politica, combinata con un intenso lavorio interiore e con un ascolto attento di quelle terre e di quei popoli, ne hanno fatto un osservatore non distratto dei movimenti profondi di quel settore della nostra terra. In questi giorni in cui si assiste da mesi al dibattito sui profughi e in cui si sono da poco ascoltate le notizie dei recenti attentati di Barcellona e di Londra insieme con quelle drammatiche che provengono da molte zone medio orientali, può essere utile prestare attenzione ad alcune riflessioni che Dossetti ha proposto all’inizio degli anni ’90.

In una lettera comparsa anonima su Il Regno Attualità del 15 ottobre 1990 dal titolo Qui la Chiesa scomparirà, Dossetti – ormai da diversi anni in Medio Oriente, dopo l’esperienza della seconda guerra mondiale, nella politica italiana e come protagonista del Concilio Vaticano II – scrive alla vigilia della prima guerra del Golfo nell’autunno del 1990. Egli, a partire dalla vita concreta della sua comunità in Palestina, Israele, Giordania e nei paesi arabi avverte che si tratta di una “guerra di bugie” e sente la responsabilità di risvegliare l’attenzione sulla posta in gioco dal punto di vista politico, umano e religioso.

“È da rilevare – così incomincia la lettera – la grande ingiustizia rappresentata dal fatto che, di fronte a tante occupazioni e aggressioni indebite, solo questa volta il Consiglio di sicurezza dell’ONU abbia trovato concordi tanti paesi nell’applicare sanzioni di tale gravità da portare alla guerra”. Per Dossetti emerge chiaramente che l’unica ragione dell’attacco è in definitiva il petrolio che già da tempo è stato “rapinato a man bassa dagli occidentali, attraverso la complicità di alcuni principotti, che pur di avere assicurata a loro stessi […] una ricchezza da nababbi, lasciano rapinare la loro terra e il loro popolo”. L’intervento militare potrà entrare, per l’autore, nella coscienza di questi popoli – e di altri, in Asia ed Africa – e produrre tumultuose “reazioni che nessuno sarà più in grado di dominare”. Egli comprende che si sta giocando come degli apprendisti stregoni con forze che non si sapranno davvero dominare. Non solo. Tutto questo avverrà nel segno di “un sentimento generale di sdegno e ribellione” che verrà condiviso da tutti contro l’occidente e, soprattutto, contro l’America. A questa disamina Dossetti aggiunge un passaggio che, letto una ventina di anni dopo, appare impressionante per la sua capacità di lettura e pre-visione storica: “L’islamismo radicale aveva bisogno di questo e ne trarrà vantaggio. Anche se Saddam Hussein fosse eliminato, l’occidente si troverà di fronte un islamismo radicale più difficile da combattere e ideologicamente più inestirpabile, sia nei paesi musulmani che nell’Europa stessa”.

L’ormai vecchio politico abituato a pensare, come diversi della sua generazione, per sistemi, per connessioni storiche di lungo periodo, su quadri geografici dilatati, ed in maniera libera da condizionamenti di parte, è consapevole delle tensioni e delle passioni profonde capaci di animare gli uomini e i popoli. In forza di questa modalità sintetica di lettura degli eventi, traccia alcune delle possibili parabole e conseguenze delle azioni che stavano per essere intraprese, conseguenze che sono poi risultate confermate e aggravate negli anni successivi. Lo stesso senso simbolico dei gesti di guerra viene rievocato con precisione: “Il fatto che la prepotenza americana abbia costretto tutti i paesi, ormai vassalli, ad associarsi all’impresa, ha dato alla medesima un marchio di universalità che rievoca per tutto il mondo orientale la qualifica e il ricordo delle crociate, con tutto quello che ne segue: il ricordo degli eccidi e dell’intolleranza. Ma questo ricordo suscita anche nei musulmani la bellissima ed eccitante speranza che il trionfo degli occidentali sia effimero, come è stato effimero quello dei crociati”. E continua: “Costantinopoli, saccheggiata e bruciata nella quarta crociata del 1204, sarà come un’ombra sinistra costantemente evocata a tutta la Siria, all’Egitto stesso e poi a tutto il resto dell’Africa. Tutto questo riaccenderà l’intolleranza già presente contro i cristiani nell’alto Egitto”. In questo quadro, nella sua analisi, la situazione dei cristiani in queste zone risulterà aggravata e vi sarà il rischio – che oggi vediamo in pieno confermato – di molteplici persecuzioni e dell’estinzione della Chiesa araba in vasti territori del medio oriente. La lettera terminava con l’invito – disatteso – al governo Andreotti e ai governanti italiani a dissociarsi dall’impresa di partecipare alle operazioni di guerra in Iraq e Kuwait e constatava l’assenza di coscienze morali davvero vigili in posizioni di responsabilità. La storia successiva è nota e ha conosciuto un peggioramento progressivo della situazione. Basti pensare alla moltiplicazione indiscriminata e non controllabile di attentati in ogni parte del mondo, alla guerra in Afghanistan e alla successiva seconda disastrosa guerra in Iraq, del 2003, basata su motivazioni inconsistenti che, recentemente, alcuni degli stessi protagonisti o commissioni d’indagine – come quella inglese del rapporto Chilcot: The Iraq war inquiry – hanno riconosciuto come pretestuose e come cause di ulteriore destabilizzazione.

Dossetti ribadisce, un anno dopo la lettera a Il Regno, tale lettura della gravità del momento storico e della esiguità delle coscienze lucide in un’occasione apparentemente altra: la commemorazione del contributo del cardinale Giacomo Lercaro al Concilio Vaticano II. Qui, nella sezione finale in cui tratta del problema della pace in Concilio, fa un eloquente paragone tra la solitudine istituzionale di Papa Giovanni XXIII e quella propria degli appelli papali di Giovanni Paolo II in occasione delle recenti vicende mediorientali: “Quanto alla pastorale educativa sulla pace prescritta dal Concilio, per tutto il popolo di Dio – se si eccettua l’indefesso insegnamento del Papa al riguardo – non ha trovato un consenso e un effettiva assunzione di responsabilità proporzionate all’immensa importanza della cosa. Anzi in molti casi, nello spazio e nel tempo, ha incontrato pareri e atti discordanti, all’interno della stessa Chiesa” e sottolinea con decisione che: ”L’esempio più clamoroso è stato proprio quest’anno, quello della guerra del Golfo. Gli accoratissimi e reiterati appelli del Pontefice non hanno scosso l’opinione pubblica soprattutto dell’occidente, rimasta come affascinata da una propaganda ossessiva dei media in favore della guerra. […] Perciò in questi mesi dolorosissimi noi più vecchi ci siamo ricordati di quello che è stato l’isolamento istituzionale, vissuto all’interno della Chiesa, da Papa Giovanni XXIII [….]”. Il discorso si sviluppa con documentate e circostanziate considerazioni, evidenziando l’assenza di comprensione dell’enorme posta in gioco della (prima) guerra del Golfo sia da parte dei responsabili dei popoli sia da parte di diverse assemblee e responsabili ecclesiali.

Ripercorrere oggi le considerazioni di Dossetti è certo importante per la consapevolezza storica e per la comprensione di eventi le cui conseguenze destabilizzanti giungono ai nostri giorni: fino ai molti profughi in fuga dal medio oriente e dalle zone del centro Africa, alle questioni sollevate da un ingestibile islamismo radicale e a quelle legate ad una più che discutibile politica estera dell’occidente. Ne risulta un’importante lezione di comprensione storica delle vicende. Lezione fatta di: osservazione attenta e non superficiale dei fenomeni nella connessione tra locale e globale, lettura – libera da convenienze – degli eventi, considerazione acuta delle connessioni e delle forze – politiche, economiche, simboliche, religiose e umane – in gioco, valutazione non ingenua e non provinciale delle conseguenze delle azioni sui tempi lunghi, assunzione di responsabilità storica rispetto al proprio – non delegabile – compito dell’operare per la pace.

Germania, se anni di Grosse Koalition aprono strade nuove alla sinistra

I risultati delle elezioni federali in Germania sono noti. Solo qualche commento. Arretra pesantemente la Cdu (scendendo dal 41,5% al 33%): ma Angela Merkel è confermata die Kanzlerin, chiamata a formare il governo per la quarta volta, siccome la Cdu rimane primo partito. Si parla di una coalizione Giamaica: Cdu, Liberali, Verdi. Vedremo. Netta la flessione per l’Spd. Il più brutto risultato dal 1949, anno della nascita della Repubblica Federale Tedesca (passando dal 25,7% al 20,5%).

Martin Schulz, politico di qualità, persona di valore, ha lasciato la presidenza del Parlamento europeo, a favore di Antonio Tajani, in quota al Ppe, ottenendo dal suo partito un’investitura unanime, acquisendo, in tal modo, una posizione molto forte, ritrovandosi poi, in campagna elettorale, in una contraddizione insormontabile: criticare la Merkel mentre il partito di cui egli è a capo governa con lei. Leader del partito e, al contempo, candidato: anche in questo caso s’incrina un nesso che solo la sovranità popolare può dirimere. Ora, per l’Spd, l’opposizione è un’opzione obbligata, anche per non cedere lo scettro di principale partito d’opposizione all’estrema destra. Deve fermare la tendenza a farsi fagocitare nella Große Koalition. Aprire una riflessione vera. Cercare di ritessere il filo delle alleanze nella società.

I due partiti che hanno portato la responsabilità di governo vengono penalizzati complessivamente con un 13% in meno. Si è registrato un indubbio successo per Alternativa per la Germania (AfD; Alternative für Deutschland), la formazione xenofoba e euroscettica, che diventa il terzo partito. Per la prima volta, nella storia della Repubblica Federale, entra in Parlamento una forza che si colloca a destra della Cdu. La stessa Angela Merkel ha esplicitamente ammesso che la Cdu ha perso voti a favore di AfD. La quale è un oggetto non meglio identificato nel panorama politico tedesco: annovera teste rasate, ma anche un pezzo rilevante di inquietudini provenienti dai Länder orientali e da un ceto medio che esprime malessere e protesta per le insidie della globalizzazione in un Paese, come la Germania, che ne soffre meno di altri, ma che non ne è del tutto al riparo.

L’economia sociale di mercato richiede uno Stato sociale capace di affrontare nuove sfide. In evidenza le tipiche faglie del movimento tellurico tuttora in atto: questione sociale; visione sovranazionale di profilo europeo; società inclusiva. E’ su questi aspetti che la politica è chiamata a rispondere, a segnare le differenze tra la sinistra e la destra. Più protezione; Europa democratica, non eurocratica; tema della multiculturalità, da governare, evitando che diventi argomento pretestuoso della propaganda anti-immigrazione. Sapendo che la democrazia non è un’icona da incorniciare in una teca: deve reggere agli urti che possono metterla in discussione.

Bisognerà anche verificare la “tenuta” di AfD. Lo showdown di Frauke Petry all’indomani del voto rivela una lotta di potere e una divisione interna che non sappiamo dove porteranno. Ma prima di giudicare altri sistemi politici non dimentichiamo mai di guardare al nostro. L’area sovranista euroscettica che agita il tema immigrazione piuttosto che proporsi di governarlo è attualmente formata dalla Lega più Fratelli d’Italia e, in termini percentuali, sfiora il 20%. Dal voto tedesco sono emerse altre tre forze politiche che non vanno affatto sottovalutate, tutte e tre intorno al 10%. Alcune leggermente sotto quella misura come i Verdi (8,9%) e la Sinistra (9,2%). I Liberali sopra (10,7%). Le prime due favorite dalla difficoltà mostrata dalla Spd. I Verdi, in particolare, evidenziando una vitalità che caratterizza tutta l’area di lingua tedesca. Basta ricordare il caso dell’Austria, anche se in proporzioni e con dinamiche diverse, dove abbiamo assistito ad una battaglia, che ha visto infine prevalere, con ripetizione del ballottaggio, il Verde Alexander van der Bellen contro l’esponente di estrema destra Norbert Hofer del Partito della Libertà austriaco (i candidati del Partito popolare e del Partito socialdemocratico elimintati al primo turno). La Sinistra che viene dall’ex partito comunista orientale insieme a ex socialdemocratici come Oskar Lafontaine ha dimostrato di essersi inserita nel sistema democratico federale. Insieme ai Verdi, uno spazio politico-elettorale, oltre la socialdemocrazia, del 20%, comparabile all’Spd fotografata dal voto.

Vorrei aggiungere una considerazione. Se i Liberali andranno al governo, verosimilmente potrà esserci un cambio del testimone con Wolfgang Schäuble nella sorveglianza di una linea di rigore nei conti pubblici dell’area Euro che Schäuble ha plasticamente rappresentato in questi anni. Certo, l’asse politico della Germania si rafforza a destra; ma questo non significa che l’indirizzo di governo vada necessariamente a destra. Piuttosto il sistema politico tedesco sembra cercare altre strade oltre lo schema bipolare, aprendosi ad un maggiore pluralismo. Se volessimo trarre qualche indicazione per l’Italia che si avvia alle ormai prossime elezioni politiche, si potrebbe dire: la grande coalizione in sedicesimo tra Pd e Forza Italia non risulta propriamente validata dal voto tedesco; la tendenza porta ad una penalizzazione delle forze di governo, alla richiesta di una maggiore radicalità nella definizione dei profili politici e di scelte programmatiche alternative; non senza una crisi dei grandi partiti, a favore di formazioni ulteriori alla tradizione socialdemocratica, nel campo della sinistra, non minoritarie, dotate di una certa consistenza, intorno al 10%. L’area politico-elettorale, accanto alla Spd e da essa distinta, tra Verdi e Sinistra, arriva al 20%. E’ la misura circa de La Francia Indomita (La France insoumise) di Jean-Luc Mélenchon arrivata al 19,58% nelle ultime elezioni presidenziali in Francia. E’ un’area che potrebbe riproporsi altrove.

Certo, non si può non essere preoccupati dell’affermazione della AfD. Raccomanderei, tuttavia, un po’ cautela con i giudizi affrettati. Non convengono a nessuno. Certamente si tratta di un pezzo di destra xenofoba ed euroscettica con elementi che rimandano al passato ma anche che chiedono capacità di lettura dei pericoli nuovi. Gli aggettivi che si addicono all’AfD sono völkisch, populistisch, rechtsradikal. Populisti e sovranisti di una destra radicale. In un sistema politico che al 87% circa è composto di partiti che propugnano valori democratici, pur nella dialettica delle opinioni variamente assortite tra destra (democratica) e sinistra (democratica), in un’Europa squassata dalla crisi e dalle paure, c’è anche un 12,6%, oggi, in Germania, con un profilo antisistema di estrema destra. Per il nuovo governo federale non aspettiamoci soluzioni a breve. I tedeschi sono normativi, tendono a fare le cose con ordine. Le elezioni federali precedenti si tennero in data 22 settembre 2013. A seguito delle quali, in vista della composizione del governo, si aprirono consultazioni e negoziazioni, per arrivare ad un accordo, che fu sottoscritto solo il 14 dicembre 2013, tre mesi più tardi, nero su bianco.

I DISABILI E LE LORO FAMIGLIE HANNO BISOGNO DI NOI.

Le famiglie con disabili sanno quanto sia importante il sostegno delle istituzioni nel percorso scolastico dei loro cari, purtroppo le famiglie Bresciane si sono svegliate con una brutta sorpresa del presidente della regione Lombardia Roberto Maroni :IL TAGLIO DEI SERVIZI DI INTEGRAZIONE SCOLASTICA DEI DISABILI IN LOMBARDIA. COME È STATO POSSIBILE.?
La Regione Lombardia ha assunto la competenza dei servizi di integrazione scolastica dei disabili nelle scuole superiori e di inserimento scolastico dei disabili sensoriali,già in capo alle Province; ha poi approvato  le linee di indirizzo del servizio che  comportano una drastica e immotivata riduzione dei servizi di trasporto assistenza all’autonomia e di supporto agli alunni e studenti disabili sensoriali. Tutto questo mentre spendono 60 MILIONI DI EURO DEI CITTADINI PER FINANZIARE UN INUTILE REFERENDUM VOLUTO SOLO DA ROBERTO MARONI.
NON È ACCETTABILE!! PER QUESTO CHIEDIAMO IL RITIRO DELLA DELIBERA REGIONALE E LA APPROVAZIONE DI NUOVE LINEE DI INDIRIZZO CHE SALVAGUARDINO IL LIVELLO DELLE PRESTAZIONI EROGATE DALLE PROVINCE.
FIRMA E SOSTIENI CON NOI I DISABILI DI BRESCIA E LE LORO FAMIGLIE.